Il potere logora?

8 maggio 2013

08.05.2013 - 16:10

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Mentre "Il Divo" (vedi il gran film del 2008) esce di scena, a novantaquattro anni, mi viene in mente che è l'età in cui morì mio suocero; la differenza è che Giulio Andreotti fu per quasi settanta anni la personificazione del potere per il potere, il padre di mia moglie fu solo un provetto ortolano-giardiniere. Ma nel suo orto ebbe il potere di potare a regola d'arte, di piantare l'albero giusto al momento giusto, di parlare con la luna di semina e di stagioni. Specie per un cronista senza potere, provvisto al più di un buon lessico e dell'arte discreta di mettere insieme parole sulla carta, il tema del potere, sacro e orrido, vuol dire alchimia imperscrutabile, composta di dissimulazione onesta, pelo nello stomaco, alta recitazione, eloquio bizantino, basso quoziente di scrupoli.
E pazienza nel tessere tele, eleganza nella calunnia, memoria nella corruzione. Essere insieme Faust e Iago, Mefistofele e Amleto. Sì, sto esagerando con le iperboli, però è così vero che non si dà grande potere senza scendere a patti, né grande ricchezza senza violare l'etica. Una delle frasi sul potere che mi è sempre parsa cinica e insieme profetica, è di Charles de Gaulle: "Il potere non si prende, si raccatta". Ma che cosa è il potere? Avere autorità e privilegi rispetto ad altri cittadini per virtù di nascita e di ricchezza, per elezione a una carica, per potestà intrinseca legata a un incarico, per diritto consolidato, per pieni poteri assunti in modo illegittimo.
Il potere in astratto è vuoto, se lo esaminiamo nelle sue variegate manifestazioni si può riempire di empietà o di spiritualità, c'è quello del boss della camorra e quello del mistico, e c'è chi ama il potere per avere la scorta e l'auto blu, miserabili bonus, ed esistono coloro che usano il potere magicamente, come un chirurgo o un direttore d'orchestra, il potere della mano e del gesto, come un poeta o un oceanografo, il potere della parola e dell' abisso. Si sente, in queste ore di fiumi di parole e di suffragi su Andreotti, fare distinzioni capziose, fu il suo cinismo o realismo, fu colluso con la mafia o vittima di pm malvagi mossi da burattinai perfino stranieri? Certo, fu al potere troppo a lungo (sette volte premier e ventidue ministro) per non esserne travolto, e la sua medesima luciferina intelligenza politica non gli aprì le porte al vero sogno cui aspirò appassionatamente, quello di essere il re laico di Roma dal Colle del Quirinale in sintonia con il re oltre il biondo e limaccioso Tevere.
La sua medesima vis satirica era la romanesca sazietà e la romana supponenza di essere er mejo fico del bigoncio. Il potere logora, sia chi ce l'ha sia chi lo agogna, non fosse altro per l'invidia che consuma, fino a che, come la storia 'non' insegna, in numerosi casi di estremi dittatori, essi si autodistruggono incatenati al trono o alla poltrona anziché smetterla e godersi in pace le ricchezze accumulate, all'estero. Riflessioni modeste, lo ammetto, che non sono un necrologio, d'altronde il divino Giulio, che di De Gasperi suo maestro aveva sì e no un venti percento, disse con la solita verve che è meglio non avere lapidi, bastando l'alfa e l'omega, perché tutti vi son descritti buoni, e manca sulla terra il cimitero dei cattivi. Ma altro mi sovvien, a dirla con una parola leopardiana, perché sto leggendo un libro che più umbro non si può.
Umbro l'autore, Claudio Lattanzi, umbro l'editore, Intermedia, umbra la storia che si dipana nelle cinquecento pagine de "I padrini dell'Umbria: la casta, i soldi, la massoneria, le coop rosse ossia il sistema di potere che controlla la regione", con la minuscola ma vi è anche molta Regione dentro. Libri di tal fatta, basta scorrere l'indice, sono utili, il giornalismo d'inchiesta, senza peli sulla lingua è encomiabile, bastino come esempi di scuola Bernstein e Woodward sullo scandalo Watergate o il nostrano "Report" di Milena Gabanelli - i milioni chiestile in risarcimento ammontano a trenta milioni di euro-, famosa così tanto da essere indicata degna del Colle; perché in Italia basta dire la verità o tentare oneste strade di denuncia civile per assurgere ad eroi, il che non costa nulla, e poi continuare alla gattopardo nei vizi nazionali. Ben vengano libri così, dunque, se mossi da equanimità e onesto vigore morale, d'altronde la professione del giornalismo è tollerabile solo se sotto la pelle arde del fuoco, altrimenti è consigliabile fare il mezzemaniche al dazio.
Il collega Claudio Lattanzi, orvietano quarantenne, ha scelto l'indagine anziché la velina, e la melina, e ha messo insieme da documenti molti snodi del potere intricato che sottende la vita sociale ed economica di una comunità. Non sempre, anzi qualche volta, ma di troppo, c'è del marcio in Umbria. Basta sapere certi intrecci e certe amicizie. I poteri forti esistono. Eccome! Basta averne contezza e difendersene. Scorrendo ancora le dieci fitte pagine di nomi che chiudono il volume, mi accorgo che di intellettuali non v'è neppur l'ombra. No, forse due-tre, e a ricasco. Se sia un bene o un male lo lascio ai voti dei miei venticinque lettori.

Antonio Carlo Ponti

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