Pannella digiuna per i carcerati

18 dicembre

18.12.2012 - 10:04

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Ho sempre pensato che uno dei gradi di civiltà vera, da ascriversi al patrimonio morale di una Nazione, risieda sul come essa tratti i cittadini che delinquono o tralignano. La nostra bella e civilissima Costituzione dedica alla pena e alla carcerazione l'articolo 27 che credo faccia bene alla memoria dei cittadini probi o fortunosamente fortunati trascrivere interamente: "La responsabilità penale è personale. - L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. - Le pene non possono consistere in maltrattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. - Non è ammessa la pena di morte".
Quattro commi di una chiarezza cartesiana, cristallina come acqua di fonte. Eppure esiste in Italia la tortura. E contro questa crudeltà si batte con la sola arma che possiede Marco Pannella, ottantaduenne ultimo monumentale difensore dei diritti civili, da quarant'anni sulla breccia, al suo centesimo digiuno della fame e della sete. Da sei giorni non mangia, soprattutto non beve liquidi. La sua salute rischia; questo eroe, a volte discutibile, rischia la vita.
E in un paese di festini a luci rosse e di rimborsi con denaro pubblico per spese come cene, taxi, francobolli, costosi gadget e tutto à go go, in barba alla gente minuta con pensioni da ottocento euro mensili, che spesso raccatta cibi ai mercati generali o addirittura nei cassonetti,Pannella mi ricorda, sia pure in sedicesimo, Francesco d'Assisi o, in campo laico, Aldo Capitini, Piero Calamandrei, Giorgio La Pira. Forse che non è supplizio aggiungere alla privazione della libertà, bene supremo, la claustrofobica mancanza di spazio, la promiscuità coatta, l'ozio in migliaia e migliaia di giorni vuoti, il freddo e il caldo, la ripetitività dei gesti e degli ordini, dei regolamenti talvolta insensati, le visite brevissime, la castità, la violenza e l'umiliazione?
Non è autodafè costringere 60.000condannati, spesso in attesa di giudizio, in strutture carcerarie fatiscenti o perlomeno insufficienti, predisposte a contenere nei posti regolamentari al più 43.000 soggetti? I carcerati sono stipati come polli in batteria, senza lavoro e senza mercede, non in rieducazione ma in letargo, in un ghetto che definire infernale è un eufemismo. Avete notato nelle immagini di repertorio i cancelli che si aprono e si chiudono in quali condizioni sono?Scrostati, ripugnanti. Ecco, le inferriate arrugginite sono il brand delle carceri nostrane.
Carceri così sono luoghi dove si esercita, in nome della giustizia, la morte civile, quella che il drammaturgo Paolo Giacometti nell'Ottocento, portò sulla scena, cavallo di battaglia di Ermete Novelli ed Ermete Zacconi, la storia di un ergastolano che evade e si suicida per non rovinare la quiete della moglie e della figlia che si sono ricostruite una famiglia. Che vergogna! Pannella non mangia e non beve, ma c'è chi si abbuffa e si ubriaca di potere anche per lui.
Marco Pannella vuole richiamare l'attenzione sulle condizioni disumane, non soltanto dei carcerati,ma pure della polizia penitenziaria,pagata male e sottodimensionata, scarsa e demotivata. Pannella digiuna per sfoltire le carceri affollate oltre ogni pietà, per garantire il lavoro dentro e fuori le sbarre, consapevole che quasi ventimila condannati stanno scontando pene inferiori a tre anni, e novemila appena con un anno residuo. Possibile che non si applichino misure punitive diverse dalla detenzione?Ei parlamentari inquisiti, quelli condannati, sono o no candidabili o ricandidabili? Ma un Parlamento siffatto può essere sensibile alla "penosa" condizione delle carceri? Ma Lorsignori han letto "I Miserabili"? Nelle carceri italiane chissà quanti Jean Valjean esistono, ma ci sono troppi Javert usi a far la voce grossa non coi potentima coi poveri cristi.

Antonio Carlo Ponti

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