Umbria da pazzi

20 novembre 2012

20.11.2012 - 11:18

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Il titolo di stamattina è sbarazzino, mail contenuto è serio. Il tema della follia ha sempre avvinto, perché è uno dei misteri, dagli albori del mondo, più inestricabili della storia umana,un rompicapo se questo termine non fosse allusivo e crudamente ironico. Il fatto è che del cervello umano molto si conosce: il suo peso (1.400 gr.), la sua geografia (nevrosi, psicosi, schizofrenia, paranoia, fobie, ossessioni), i suoi organi e aree (neuroni, lobi, fabbriche della memoria), ma in realtà la malattia mentale sfugge a una definizione univoca, quel che si sa sono le sfaccettature del prisma di materia che, morto, rende “morta” la persona anche se il cuore continua a battere i colpi. Si parla di morte cerebrale, di coma, di stato vegetativo, sopravvivenza con scarse se non nulle speranze. Quando l’encefalogramma è piatto, una linea orizzontale tragica, si lascia ogni speranza. L’argomento non è lieto né leggero, ma se le vicende della vita e degli studi non mi avessero condizionato per altra navigazione, confesso che avrei fatto il mestiere dello psichiatra, che è altro dal neuropsichiatra o dallo psicologo o dal psicoanalista. Ma voglio motivare quanto scrivo originato al solito da un libro. Per certi studi miei, ne leggo uno sapiente, informato, completo, chiaro, avvincente, ben scritto. Par poco? È di Valeria P. Babini, docente di storia della psicologia all’Università di Bologna, è “Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento” (Il Mulino, 2009) e affronta la storia della pazzia nostrana, dei meriti e specialmente dei demeriti e delle violenze più che della psichiatria, del sistema dei manicomi, sia ospedalieri sia giudiziari. Gli stravaganti, i dementi, gli “scemi del villaggio”, i lunatici, i “figli di Saturno”, gli estrosi, gli anarchici, i ribelli, le ninfomani venivano internati con estrema facilità, un po’ perché erano una vergogna per la famiglia, un po’ perché erano spettacolo che turbava. Meglio quindi esiliarli in un luogo lontano, definirli “pericolosi a sé e agli altri e di pubblico scandalo”, formula tuttora valida. Anche oggi, esemplifico, se uno alza il gomito,dà in escandescenze e resiste alla forza pubblica, rischia l’internamento, da cui potrà uscire, ma lo deciderà lo psichiatra. Oggi i cinque Opg, Ospedali psichiatrici giudiziari,non brillano per igiene, cure, alimentazione,ma il fatto grave è che gli alienati qui reclusi rischiano la morte civile, la dimenticanza, la detenzione a vita, l’oblio, numeri di un universo concentrazionario. Il secolo scorso, il secolo breve secondo Eric Hobsbawm, racchiuso fra 1914e 1989, la pazzia in Italia è anch’essa fra due date: la legge del 1904, di Giovanni Giolitti e il 1978, la celebre legge promossa dalle iniziative liberatorie del grande Franco Basaglia, con al centro la chiusura dei manicomi, un evento che potrebbe in piccolo paragonarsi alla liberazione degli schiavi dopo la guerra civile americana. Non più reclusori, magari dentro vasti e bellissimi parchi alberati,mal’apertura verso l’esterno, la caduta delle inferriate e dei cancelli, la fine della segregazione oziosa e vegetativa, basta con le cure con insulina per provocare coma, le docce fredde, la contenzione, le camicie di forza, le catene per gli agitati, l’elettroshock di Guido Cerletti, le lobotomie. Case-famiglia, il rientro in famiglia, tutto agevolato dagli psicofarmaci potenti; questo il quadro emerso grazie alla visionarietà e all’utopia di Franca e Franco Basaglia, eroi a Gorizia e a Trieste. E in Umbria? Dopo la direzione di Cesare Agostini al manicomio di Santa Margherita, a Perugia esplose nel 1965 (contemporanea alla rivoluzione del libro “L’istituzione negata”) l’antipsichiatria (contro il manicomio storicamente inteso, luogo di isolamento e di pilatesca assistenza) di eccellenti psichiatri: Ferruccio Giacanelli, Carlo Brutti, Carlo Manuali, Francesco Sediari,Francesco Scotti, Antonello Rotondi, che dettero “vita a una delle tra le più ricche e feconde espressioni di alternativa all’assistenza psichiatrica tradizionale”. Nel1969 la Provincia di Perugia, presiedente Ilvano Rasimelli, dette vita a una pioneristica lotta all’internamento. Nel libro compare il manifesto di Antonio Todini, professore all’Accademia.

Antonio Carlo Ponti

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