Elogio della bicicletta

6 novembre 2012

06.11.2012 - 09:33

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Ma come! Il 4 si è ricordata l'itala vittoria, per alcuni mutilata, del 1918, oggi non Andorra ma gli Stati Uniti d'America vanno a votare – speriamo Obama - e tu mi diventi il cantore o meglio il paladino della bicicletta? Ma in quale mondo vivi? E aggiungi che vivi a Perugia, città verticale e ventosa che ti stringe il fiato se la scali specie alla tua età. E a piedi, mica spingendo sui pedali. Mi spiego. Reduce da pedalate fine settimanali al mio paese che è vistosamente piatto, non posso che innalzare un’ode in onore delle due ruote, igieniche e salutari, la cui energia è nei muscoli delle gambe, e nei copertoni e nei freni, economiche, concentocinquanta euro te le compri, purché girino le ruote e poi le affidi, da biciclo, al riciclo. Perfino il suo clacson è dolce, suona, scrisse il poeta Giovanni Pascoli, che come il romanziere Marino Moretti no sapeva andarci, “dlin… dlin…”, un rumore con bassissimo quoziente di decibel.
Tutto congiura contro l’automobile? Con il mercato in ribasso e i prezzi “stracciati”, ha senso infierire, cantando, la bicicletta come una creatura taumaturgica? E gli operai dell’auto, e l’indotto? L’equivoco, credo, risieda nell’idea che i due eccellentissimi mezzi di mobilità siano configgenti,non integranti. Voglio ripetere una locuzione consunta dall’uso indiscriminato: “Gli italiani prendono la macchina per andare a comprare le sigarette” (avrei preferito scrivere, da fumatore incallito e pentito, “prendere il giornale”, ma è risaputa l’allergia nazionale per i quotidiani - quando vedo l’elegante guidatore di macrosuv fermarsi e di venerdì acquistare una testata sportiva mi vengono le caldane), che è vera, ma non può essere la verità rivelata. È sì questione di cultura, altro esorcismo per lavarsi le mani, ma la causa è l'aver privilegiato nella mobilità nazionale la gomma (auto) al posto del ferro (treno e tram), e non aiutare ed educare a scegliere la ruota gommata che fa bene alla salute, non inquina se non l’acido lattico, posteggia occupando pochissimo spazio, costa poco, è silenziosa, è bella, è poetica. Io ritengo, per aver vissuto da ragazzino in Emilia, che la simpatia e l’intelligenza dei suoi abitanti, le si debbano, compresa la disinvoltura erotica, nell’uso della bicicletta: mentre le donne del sud e dell’Umbria non scoprivano nemmeno la caviglia, quelle emiliane e romagnole pedalavano sulla via Emilia e lungo il Po con le cosce al vento. Da qui,pure, la vasta letteratura sulla bicicletta, dagli indigeni Marino Moretti, Alfredo Panzini, Olindo Guerrini alle pagine meravigliose dei giornalisti e scrittori al seguito del Giro d'Italia: Alfonso Gatto, Curzio Malaparte, Mario Soldati, Orio Vergani, Gianni Brera, Dino Buzzati. Che cosa si è fatto in Italia per sviluppare l’uso della bicicletta, che si può usare anche in inverno? Nulla o quasi nulla. Sempre con la scusa della mancanza di soldi, mentre si rubava a man bassa. A cominciare dalla scuola, che dovrebbe decantare con vigore le virtù del velocipede, la sua forza e la sua leggiadria. Sì, certo, qualcosa si muove, perfino in Puglia, di cui conosco molto bene Lecce per averci passato, sia pure a periodi, almeno un anno della mia vita, meravigliandomi non poco dell’assenza assoluta della bicicletta in questa bellissima e piattissima città. Scriveva nel 1902 ne “La bicicletta” il faentino Alfredo Oriani, che è bello stare in bilico in cima a un sellino a sfidare la statica e silenziosamente scivolare sulla terra sfiorandola appena, perché la bicicletta è la tua scarpa, è il tuo pattino, tu sei ruota e manubrio e pedale e catena, insomma senti con gioia che la bicicletta è la tua libertà.

Antonio Carlo Ponti

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