Kant e i 50 chilometri orari

18 settembre 2012

18.09.2012 - 10:42

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Ho la patente e guido l'automobile, ma ne farei a meno. Non perché aspiri all'auto blu che sfrecci con le luci blu a centonovanta dove il limite è centodieci né all'autista di casa come nel toccante "A spasso con Daisy" (1989) con gli strepitosi Jessica Tandy e Morgan Freeman, è solo che mi annoia guidare, passi sulle stradine tutte curve e alberate, ma l'autostrada è un incubo. Però, c'è sempre questa congiunzione toccasana a riportarci con i piedi sulla terra: se la velocità scriteriata è un male, l'eccesso di zelo è spesso e volentieri un flagello.
Ora, chi non s'incavola se trova per lunghi tratti di una qualsiasi strada extraurbana, affidato a una segnaletica scorbutica ma invadente, il limite dei 50 km/h? Utile nelle città, dove al contrario dovrebbe essere portato se mai a 40, ma chi controlla!, funesto in una via senza case che vi si affaccino, su rettifili sgombri e visibili, insomma dove dovrebbe essere consentita una velocità almeno di 60 orari. No, i 50 sono una crudeltà, un retaggio di anni nei quali le automobili erano dure e lente, poco scattanti, specie le utilitarie come la Seicento o la brutta ma buona 850 Fiat. (Sulla Fiat è meglio stendere un velo pietoso,o no?).
Il limite famigerato che tuttora impera - scopertamente resistente alla logica perché necessario sembra ai Comuni, anche su strade della Provincia, per far cassa (pur se non cash, perché le lungaggini, i ritardi, i contenziosi muovono solo un mucchio di carte e di polvere) - è uno dei tanti, troppi deliranti orpelli della stupidità. Oggi, perfino le automobili piccine piccine come trottoline, i 130 chilometri li raggiungono in un soffio; dunque i 50 sono una tortura e una stortura, prodotto del cervello burocratico e legislativo dell'uomo, inteso nei due sessi, ma le donne hanno meno responsabilità, sono i maschietti che sfornano leggi in quantità industriale per giustificare la propria sopravvivenza e quella della macchina senza benzina della pubblica amministrazione.
Oh! Come aveva ragione il filosofo della fredda Koenisberg, Immanuel Kant, nel suo dispiegare solenne del solido ed etico pessimismo. Nella tesi sesta di "Idea per una storia universale dal punto di vita cosmopolitico" (come Lina Wertmuller amava i titoli lunghi), Kant rileva che l'uomo è un animale e, se vive tra altri esseri della sua specie, ha bisogno di un padrone. E questo padrone è a sua volta un essere animale che ha bisogno di un padrone, che quando è capo supremo dev'essere giusto (mai accaduto nella storia cattiva maestra di vita) per se stesso e tuttavia essere uomo. La soluzione per una società giusta è quindi impossibile, perché "con un legno così storto com'è quello di cui è fatto l'uomo, non può venir costruito nulla di interamente dritto".
Ma vedi tu, inizi dai chilometri e finisci contro il guardrail del pensiero alto, a sbattere il muso e il mugugno su un gigante della mente cogitante. Consoliamoci che se siamo legni storti, c'è sempre qualcuno che lo di più. Come il maiale della fattoria orwelliana: siamo uguali ma qualcuno è più uguale. Seriamente, a quando il de profundis ai cinquanta chilometri all'ora?

Carlo Antonio Ponti

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