Umbria/internazionalizzazione

11 settembre 2012

11.09.2012 - 12:23

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Di una cosa sono sicuro. Non sono un economista. Come Giovenale quello vero, del resto. Molti, troppi lustri orsono studiai (male)economia politica ...ma siccome la facoltà era giurisprudenza e il prof era l'eccellente Stanislao G. Scalfati, un tipino ameno, ne uscii con un sonante 27, semplicemente rivolgendogli la domanda: "Professore, ma è lei il traduttore nel 1931 del libro 'La stabilizzazione del marco' di Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e ministro di Adolf Hitler?". Lungi da me dunque discettare sulla internazionalizzazione, uno scioglilingua lungo 22 lettere, una in più dell'alfabeto italiano, se depurato di j,x,w,y.
Inoltre, da quel che ho capito all'avvincente Forum di recente promosso dalla Camera di Commercio di Perugia, internazionalizzare è quel processo di adattamento di un prodotto (sia olio d'oliva o software sofisticato) verso un mercato straniero, intuendo e studiando usi, costumi, cultura, intelligenza, tradizione, psicologia di quella nazione e di quel popolo. E localizzare prodotti significa aggiungere quel quid particolare, quasi site specific, che entri come un elemento indispensabile nel consumo di quel prodotto. Va da sé che queste strategie sono basate sull'esportazione, che è il fulcro su cui si muovono e ruotano i concetti di irradiazione di prodotto nel mondo, come l'acciaio, che in Umbria vale un buon terzo, come il mobile, come il maglione di cashemire, come le viti a ricircolazione di sfere, come un'apparecchiatura di collaudo di materiali, come un sistema meccanico per l'industria aerospaziale, come l'appeal turistico. In Umbria 2.800 aziende (su 70.000!) esportano i propri prodotti fatti di ingegno, lavoro, investimenti, fantasia, serietà, emuovono3.500 milioni, ma si potrebbe fare di più, dicono gli esperti: se aumentasse di potenza nell'informatica, passando almeno a 20 mega disponibili,davanti ai 40 della Germania e al 70% delle aziende così corazzate.
Dal Forum, vivace e interessantissimo, è venuto fuori che la carenza massima che frena la nostra regione, pur così variegata e affascinante, è l'assenza di un coordinamento fra i soggetti, la debole spendita del "brand Umbria" sinonimo di "made in Umbria", insomma la creazione e la promozione di una parola che denomini all'istante, nello spazio, la nostra terra benedetta da Dio, insomma un marchio inconfondibile, unico, universale, un logo da stampigliare sull'ago e sul pagliaio. Altro meccanismo sarebbe quello di spendere meglio i soldi che scarseggiano, ottimizzare e 'sinergizzare' i tour di promozione, qualificare il personale che sappia le lingue e s'intenda di comunicazione e di economia. Ora, per un profano come me, pur abituato ai cahiers de doléance, risulta chiarissimo che senza unione illuminata non si va lontano, ma addirittura non si va da nessuna parte. Se l'olio di sansa umbro viene venduto all'estero come una panacea e una leccornìa, non c'è partita!
La moneta cattiva scaccia quella buona, olé! In Cina, qualcuno ha detto, si vedono girare solo automobili tedesche, un'auto Fiat è una rarità, anche se sembra che la casa torinese stia per aprire uno stabilimento, ma con ritardo colpevole, e di certo non potrà concorrere all'occupazione italiana. Potenziare l'esportazione,quando l'euro è debole, è una verità lapalissiana, quindi non si possono tardare i tempi. Occorre mettersi insieme e lottare con gagliardia e con spirito illuminato. E ognuno faccia la sua parte. Occorre vincere le sfide non solo dell'internazionalizzazione e della localizzazione, ma pure della globalizzazione. Gesù, ci sono così tante zeta che quasi quasi in soccorso chiamo Zorro.  

Antonio Carlo Ponti

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