michele cucuzza bianco e nero

FUORI DAL VIDEO

In classe realtà emozionali

27.10.2017 - 13:03

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A Riccione un giovane trasmette in diretta, sul suo telefonino, l'agonia di un ragazzo vittima di un incidente in motorino: “chi mi guarda chiami i soccorsi” invoca durante lo streaming. A Sarzana i due adolescenti che hanno trovato un architetto agonizzante dopo che si era sparato un colpo, gli hanno sottratto la pistola a quanto pare per rivendersela.
Gesti che raggelano e che spingono a domandarci come sia possibile: e se ci trovassimo davanti a segnali d'allarme di processi sociali più diffusi?
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, nel suo recente saggio 'Il coraggio' (Mondadori) ricorda quanto capitato a marzo ad Alatri quando un ventenne, coinvolto in una rissa notturna in un locale, è morto in una piazza affollata per le botte furibonde di un gruppo di coetanei davanti a tanti altri giovani, nessuno dei quali è intervenuto per fermare quella barbarica esecuzione.
Secondo Crepet siamo di fronte a una involuzione culturale e a un disagio psicologico che chiamano in causa direttamente noi genitori: “questi ragazzi” spiega al nostro giornale “sono i figli della nostra indifferenza, i prodotti della nostra comunità che mostra un diffuso desiderio di rinchiudersi, di isolarsi, di mettere i sacchi di sabbia alla finestra. Lo sviluppo economico ci ha dato l'illusione di poter essere autosufficienti. Come nel film di Moretti 'Io sono un autarchico', si è diffusa l'idea che 'io mi basto', le relazioni sociali, dalla famiglia agli amici, non vengono più vissute come una necessità, ma come un corollario. Inoltre i ragazzi sentono la frustrazione di appartenere a una società in cui ci sono grandi difficoltà di inserimento, tempi lunghi per la realizzazione personale, poco lavoro qualificato. Anche questo li spinge a rinchiudersi in se stessi: sommando le due cose, l'indifferenza nei confronti dell'altro è il minimo che ci si possa aspettare”.
Paradossalmente, però, in certi casi questi ragazzi dimostrano anche grande fragilità: “mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse” ha detto agli investigatori il ragazzo che ha filmato la morte in diretta. “C'è uno strabismo che impressiona” riflette Crepet. “Da un lato questi giovani rivelano una grande immaturità affettiva, emozionale: sono i millenials, privi di empatia, ragazzi cresciuti con le macchine e non con le relazioni. Dei protorobot che non conoscono il rapporto con il dolore dell'altro, perché loro stessi ne sono stati privati, imboccati, coccolati in tutto dai genitori. Dall'altra parte, su questa immaturità totale c'è l' innesto di una sorta di spregiudicatezza tecnologica, cognitiva. A me non verrebbe mai in mente - di fronte a un ragazzo che muore - di tirar fuori il telefonino se non per chiamare il 118, mentre per i giovani postare quell'agonia su Instagram è una cosa naturale tanto quanto riprendere un caffè o un cappuccino. In me si diffonderebbero il dubbio, la compassione, la disperazione , in loro - una generazione allevata in maniera diversa - scattano altre priorità, a cominciare da quella della comunicazione. Non affettiva ma tecnica”.
Facciamo in tempo a rimediare?
“Tocca alla scuola farlo, visto che non possiamo certo prescrivere i comportamenti ai genitori. Senza mettere la testa nella sabbia, fingendo che questi siano casi isolati e non sintomi di un malessere diffuso, bisogna creare in classe realtà emozionali, far vivere l'esperienza dell'empatia, favorire il gruppo, omogeneizzare ragazzi e ragazze diversi. La speranza è un lavoro, un progetto”.

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