Ma dove stiamo andando?

Ma dove stiamo andando?

19.11.2013 - 15:38

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Una volta, parlando a un gruppo di giovani, domandai: "cosa vi fa stare bene?" Dopo qualche secondo di silenzio, prese a parlare uno di loro e mi disse: "a me piace tanto andare in barca a vela! Ogni volta che mi è possibile prendo il largo fino al punto che mi impedisce di vedere l'orizzonte. In mare aperto, immerso in un grande silenzio, stimolato solo dal leggero vento che soffia sulle vele e dal naturale sbattere dell'acqua sulla barca, provo una piacevolissima sensazione, quasi mi dimentico delle difficoltà di ogni giorno e riesco a raggiungere un grande senso di serenità. Il contatto con la natura in quel momento mi basta e vorrei che, se fosse possibile, quel tempo non terminasse mai". Rimasi colpito positivamente da come il giovane aveva rappresentato ciò che lo faceva stare bene e gli feci questa domanda: "se una volta che tu fossi in mare aperto, ti venisse tolta la bussola e la barca facesse quattro giri attorno a se stessa, senza poter più riconoscere dove si trova terra, sprovvisto delle coordinate offerte dalla bussola, che sensazione proveresti?" Quasi simultaneamente il gruppo riconobbe essere una circostanza di panico. Presero a dire, con il giovane d'accordo con loro, che una situazione del genere sarebbe angosciante, infatti ogni metro di mare percorso, viaggiando senza bussola e senza sapere da che parte si trova l'approdo, vorrebbe dire correre il rischio di allontanarsi sempre di più dalla meta. Inoltre sarebbe estremamente difficile accettare di compiere degli sforzi per viaggiare, se malauguratamente si procedesse dove non si sa. Ecco dunque che aggiunsi: "allora dobbiamo riconoscere che, oggettivamente, non è il viaggio in barca a vela, pur se compiuto in condizioni di sicurezza nel mare aperto che fa stare bene, quanto piuttosto il percorrere tale viaggio e vivere tale esperienza sapendo dove si va!" È una metafora con l'esistenza che i giovani hanno immediatamente colto e si sono chiesti se in effetti gli sforzi compiuti nella lotta della loro vita sono giustificati e aiutati da un senso della meta. Si corre davvero il rischio di puntare solo su soddisfazioni effimere, da consumare in fretta, senza essere certi che si costruisce per giungere ad un risultato. Questo, purtroppo, è un aspetto sottovalutato, infatti se si lotta senza saperne il perché, non è certo detto che la sera si vada a letto sereni e felici. Non basta tentare di arrivare ad un punto, è necessario conoscere anche il come e il perché si vuole arrivare a quel punto. Come vai? Perché vai? Dove vai? La mia bussola si chiama Gesù, e la tua? 

Antonio Tofanelli - Frate minore cappuccino

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