Dal carcere alle case

Leonardo Caponi

Dal carcere alle case

28.11.2017 - 12:55

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Nella pratica delle rivoluzioni dell'epoca moderna, con grande risalto nella loro iconografia ufficiale, i simboli, i luoghi e le strutture simbolo dei regimi abbattuti erano, quando non distrutti, ristrutturati e adibiti a funzioni di carattere umanitario, culturale o sociale, (fortezze, galere o caserme trasformate in abitazioni, musei, scuole, centri di aggregazione) proprio per sottolineare il distacco da un passato di tirannia o comunque da dimenticare e l'inaugurazione di una nuova era di libertà e giustizia.
Ora, l'Italia non sta vivendo un'epoca rivoluzionaria che la emancipa da una dittatura (evento avvenuto settanta anni fa) e appare improprio accostare le pratiche di cui sopra alla discussione in corso a Perugia sui programmi di riuso del vecchio Carcere di Piazza dei Partigiani. Però, sicuramente, l'idea di "aprire" e restituire alla vita della città una vasta area nei decenni impressa come lugubre e respingente nel suo immaginario collettivo, è magnifica e soprattutto rispondente alle esigenze, quanto mai vive, di affermazione di un nuovo modello urbano. Con la realizzazione, nell'ex convento divenuto poi galera, della cosidetta Cittadella giudiziaria, che pare la previsione di utilizzo prevalente, il problema sarebbe parzialmente risolto e l'innovazione dimezzata, poiché, sebbene in altra dimensione, rimarrebbero i tristi riti di giustizia e condanne, manette, cellulari, scorte armate, insomma un pezzo di città che il cittadino meno frequenta, più è contento. Si rivitalizza il centro storico? Forse si, ma con carattere occasionale e a tempo, poiché gli uffici aprono alle otto o alle nove e alle cinque e anche prima tornerebbe il deserto umano e sociale, mentre l'acropoli perugina, vittima negli ultimi due decenni di un processo di desertificazione e spoliazione a vantaggio di una abnorme crescita per grandi volumetrie commerciali ed edilizie delle aree periferiche, che hanno pregiudicato gli equilibri della intera città e la sua identità, avrebbe bisogno, per tornare a rivivere, del reinserimento "stabile" di abitanti, funzioni e attività. Perché dunque, nel vecchio carcere, non farci delle abitazioni per favorire quote significative di insediamento residenziale, particolarmente rivolto alle giovani coppie? Certo c'è un problema di accessibilità dei costi. A questo si potrebbe e dovrebbe porre rimedio con l'utilizzo di risorse pubbliche da attivare con l'intervento degli Ierp o con la ricerca di finanziamenti ordinari o straordinari di carattere nazionale e europeo e col concorso, contrattato, di capitali privati. Un intervento di questa natura sarebbe l'interfaccia ideale dell'ipotesi di un Mercato Coperto, di cui sono in corso i lavori di ristrutturazione, liberato dall'ipoteca della assegnazione alla gestione di un unico soggetto (che legittimamente vorrà aumentare i costi di subaffitto) per concederlo, a prezzi simbolici o "politici", per singoli locali uso negozio o laboratorio, a imprenditori, soprattutto giovani.
Il centro storico di Perugia si trova oggi, con la presenza di grandi immobili pubblici e privati, vuoti e abbandonati, (dal Pavone, al Turreno, al Lilli) di fronte ad una occasione di ripresa, che ha difficoltà e costi, ma anche potenzialità. Lo stesso vale per molti quartieri e l'intera città. La cosa importante è avere bene in mente quel che fare e un modello urbanistico che segni una inversione rispetto a quello attuale. Dal recente Consiglio comunale "aperto" sulle grandi opere questa chiarezza di idee non è apparsa, anzi. La giunta è sembrata in confusione. Annuncia un florilegio di lavori senza però un'idea di città che li colleghi e con una maggioranza rissosa e divisa. L'opposizione ha una cultura politica e un progetto alternativi? Finora non l'ha dimostrato.

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