A sinistra è tempo di lavori in corso

Leonardo Caponi

CONTRAPPUNTO

Biscotto amaro

24.10.2017 - 18:09

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Lo stabilimento si trovava all’inizio di via Pievaiola, incrocio con via Sicilia, zona Fontivegge a Perugia, nell’area che è grosso modo occupata oggi dal palazzone dell’Unipol e che, più tardi venne in parte utilizzata dalla Tipografia Perugina.In un panorama urbano del tutto diverso e rarefatto rispetto a quello attuale, nel quale il binario del treno per Terontola non era bypassato dal sottovia della Cortonese, ma stretto da un passaggio a livello, aveva di fronte, situati a monte della stazione ferroviaria, il Poligrafico Buitoni, la Perugina e il Consorzio agrario (quest’ultimo affiancato al grande rimessaggio della “filovia”) che, a partire dall’immediato dopoguerra e per tutti gli anni 50’, insieme all’Angora Spagnoli, alle Officine Piccini e alla Valigeria costituirono i presidi industriali del capoluogo umbro, fonte di occupazione per una città che cominciava a subire l’immigrazione dei mezzadri espulsi dalle campagne. Insieme alle altre, la Industria Colussi Perugia, sebbene insediata da un imprenditore “esterno”, ha fatto epoca nella storia della città.
Questa storia fu, per la verità, un po’ tradita o come un tradimento vissuta quando, all’inizio degli anni Sessanta, i Colussi presero armi e bagagli e trasferirono il biscottificio nella vicina Assisi, frazione di Petrignano (dove si trova ancora oggi il cuore pulsante di quello che è diventato un gruppo industriale che alligna vari e noti marchi) per utilizzare i benefici e gli incentivi pubblici che il governo democristiano dell’epoca volle riservare alla “legge speciale” per la città serafica, storicamente amministrata dalla stessa parte politica. Il trasferimento fu, al tempo, oggetto di polemiche e opposizioni, per il disagio dei dipendenti e per il carattere, discutibile in se e rivelatosi poi in generale fallimentare, delle leggi speciali come strumento di sviluppo nel Paese. Ma ormai questa è roba del passato. Gli ultimi decenni sono stati per la Colussi un susseguirsi di successi con una costante espansione, l’ingresso in nuovi settori di mercato, l’acquisizione, come detto, di altri marchi che spaziano dagli alimenti dietetici, alla pasta, alla pasticceria. All’inizio degli anni duemila l’azienda e la famiglia proprietaria ricevettero premi e riconoscimenti ufficiali, anche di carattere nazionale e internazionale, per le capacità imprenditoriali ed espansive dimostrate. E, ancora oggi, sostanzialmente, il successo continua. Per questo i 145 “esuberi” annunciati nello stabilimento di Petrignano sono apparsi come un fulmine a ciel sereno. Del resto Colussi non denuncia (qui c’è un elemento di diversità da altre crisi industriali umbre) crisi di mercato. Sostiene che i licenziamenti servono per ammodernare gli impianti e conquistare nuove quote.
C’è una qualche analogia con la crisi della Perugina per la quale Nestlè afferma di voler mantenere il ruolo di “polo” per la produzione del cioccolato. Ora l’analogia principale è la stranezza, che colpisce il buon senso, di due aziende che proclamano lo sviluppo e annunciano centinaia di licenziamenti. C’è sotto puzza di bruciato, anche se si dice che è normale che l’innovazione comporta riduzione di manodopera. Cosa vera; ad essa si è risposto, storicamente, con la riduzione dell’orario di lavoro. Questa è probabilmente la via maestra del futuro per assorbire in maniera seria e stabile in Italia e in Europa la piaga della disoccupazione, in particolare quella giovanile. Intanto alla Colussi, alla Perugina e a alle tante fabbriche umbre che danno l’immagine di una drammatica crisi occupazionale e industriale si debbono chiedere nuove strategie e accordi innovativi che non facciano pagare ai lavoratori, interni, esterni e al territorio il prezzo del rilancio presunto. Saranno sufficienti gli appelli al “dialogo”? O ci vorrà, piuttosto, lo sciopero generale?

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