I signor Tentenna

Leonardo Caponi

CONTRAPPUNTO

Riprendiamoci la pensione

12.09.2017 - 12:29

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incredibile ma vero! Che cosa? Che il nostro Paese ha subito senza colpo ferire, cioè senza che vi sia stata la reazione che avrebbe meritato, ad eccezione della flebile voce di esigue minoranze sociali e politiche, una “riforma” come quella delle pensioni, cosidetta Fornero, che scardina e distrugge nei fatti un sistema previdenziale pubblico che, ai suoi esordi e per lungo tempo, era stato uno degli emblemi e dei vanti di una nuova Italia, quella che, con la industrializzazione e la modernizzazione, si lasciava alle spalle l’arretratezza e la miseria, economica, sociale e culturale, ereditate dai decenni di prima e dopo la guerra. In questi giorni si è riaperto il confronto tra governo e sindacati. Questi ultimi chiedono di procrastinare o annullare i tempi di applicazione dell’allungamento dei termini dell’età pensionabile in rapporto alla cosidetta (vien fatto di fare le corna o toccarsi parti intime quando lo si dice o scrive!) “speranza di vita”. I sindacati fanno il loro mestiere, ma anche la loro azione pare debole e non commisurata alla enormità di quello che è successo. Cioè, d’un colpo, un governo “tecnico”, quello di Monti, ha deciso, allungando di 6 anni l’età necessaria, di mandare la gente in pensione sostanzialmente alla soglia dei 70 anni, con un aumento repentino e progressivo che raggiungerà e supererà, nelle previsioni, questo limite. Prima e per un certo periodo, la nuova regola valeva per gli uomini. Ora viene estesa alle donne. Se non fosse una cosa seria o un dramma, sarebbe da riderci sopra. Lavorare così tanto è una violenza che si fa innanzitutto alla fisiologia umana (perlomeno a quelli, che sono la maggioranza, che fanno lavori non particolarmente graditi o gratificanti o usuranti) la quale, dopo i sessanta anni, entra, in barba alle statistiche sull'allungamento della vita, nella sfera della vecchiaia ed è una offesa ad un “diritto alla vita” che non può imporre che i tre quarti di essa, cioè della propria esistenza, siano sacrificati al lavoro. Lavorare fino a settanta anni è una sfida al buonsenso e una imbecillità economica. Oggi ad alcuni anni dalla sua approvazione si possono valutare, nella loro pienezza, il carattere perfido e devastante e gli effetti perniciosi della riforma Fornero. Il blocco del turn over è uno degli elementi più potenti che contribuiscono a mantenere a livelli altissimi la disoccupazione giovanile e a dare un carattere precario e saltuario al lavoro che si trova. Nel contempo fabbriche e uffici, a dispetto della apologia della innovazione e del dinamismo, si popolano di gente stanca, demotivata e senza l’energia, per ragioni anagrafiche, di svolgere il suo compito. In questo modo si consuma la beffa di un provvedimento che, disonestamente assunto in nome del futuro dei giovani, precluderà ad essi o alla maggioranza di essi la possibilità di andare in pensione o gli offrirà assegni da fame. Tutto questo viene giustificato con una pretesa insostenibilità del sistema previdenziale. Ma, domanda: perché quando si è in presenza di crisi del sistema bancario (sempre più frequenti) lo Stato è pronto a trovare e spendere decine o centinaia di miliardi e, per i pensionati, non c’è un euro? E’ evidente che c’è sotto il trucco di una politica che nega ai poveri per dare ai ricchi. E c’è l’imbroglio di una “sostenibilità” calcolata sull’assunto di una politica che, per i decenni a venire, a vantaggio dei “mercati”, programma l’esistenza di un alto tasso di disoccupazione, una generalizzata precarizzazione del lavoro e modesti indici di sviluppo. C’è una politica diversa? Certo che c’è. Si chiama investimenti, aumento degli stipendi e dei consumi, piano del lavoro. La legge Fornero non si può emendare. Va semplicemente abolita e riscritto un sistema previdenziale per i nostri giovani.

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