I signor Tentenna

Leonardo Caponi

CONTRAPPUNTO

I signor Tentenna

19.07.2017 - 12:05

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Carlo Alberto di Savoia ebbe l'appellativo di “re tentenna” (affibbiatogli da Domenico Carbone, intellettuale e scrittore torinese, che pagò con l'esilio il suo epiteto), per l'indecisione che manifestava nel concedere le riforme liberali che la nascente borghesia italiana di metà '800, chiedeva alla monarchia sabauda.
La figura di Carlo Alberto (che suo malgrado si è portato nella storia questo nomignolo) può essere giudicata non univoca e controversa, non solo per la sua ribellione alla dominazione asburgica e per il disegno di una Italia indipendente, pur nell'interesse dell'espansionismo piemontese, ma perché oscillò tra la fedeltà al duro conservatorismo monarchico e una apertura, anche se blanda, alle istanze dell'irredentismo borghese che lo portò alla concessione di una carta che rifletteva questo suo modo di essere politicamente equivoco, come lo Statuto Albertino.
Nel tempo successivo, fino ai giorni nostri, in termini per così dire non più regali, il "signor tentenna" è diventata la definizione di una persona eternamente indecisa, insicura e piena di dubbi. Che non sa quel che vuole. Specialmente nelle occasioni più importanti e quando le scelte dovrebbero essere più nette, il suo comportamento è incerto o non è. I suoi interlocutori non ne hanno fiducia, lo giudicano un pavido o un inetto, se ne stanno alla larga e certo non lo seguono e non lo considerano controparte degna di attenzione. Questo accade nella vita "normale" e tanto più nella politica.
I dirigenti (o una parte di loro) del movimento Art 1 Mdp paiono o rischiano di diventare tanti "signor Tentenna". Essi hanno compiuto una scelta che più netta e impegnativa non si può. Hanno fatto una scissione, cioè abbandonato il partito del quale facevano parte, il Pd, per motivi di profondo dissenso e incompatibilità sulla linea politica di quel partito, del suo modo di essere, delle scelte del governo che ne è l'espressione e anche, come dire?, per motivi di frustrazione politica, cioè la costatazione di non essere presi in minima considerazione, maltrattati e conseguentemente dell'inutilità della loro permanenza in un organismo in cui era venuta meno qualsiasi possibilità di discussione e ascolto. Insomma, motivi di abbandono molto "radicali" e, nel contempo, l'ambizione a costruire una formazione politica che, attraverso il recupero di quei valori di sinistra e riformatori (del cui abbandono, scusate se è poco, accusano il Pd renziano), puntasse a mobilitare una fascia di elettorato significativa, delusa e rassegnata.
Gli atti di Art.1 Mdp muovono in questa direzione? Sinceramente non pare. Perché? Perché, nonostante il distacco, sembra che rimanga con la "casa madre", una sorta di inscindibile cordone ombelicale. L'elettorato rischia di non capire. La loro critica al Pd renziano appare spesso addirittura più forte di quella delle altre opposizioni, ma contemporaneamente negli atti parlamentari e nelle scelte politiche lanciano, ogni volta, una ciambella di salvataggio al Pd e al suo governo.
E' accaduto così nel caso del decreto che reintroduceva i detestati voucher, dove piuttosto che pilatescamente uscire dall'aula, i senatori del Mdp avrebbero potuto semplicemente astenersi per far decadere il provvedimento ed è accaduto nel decreto per le banche venete dove i nostri sono arrivati al bizantinismo di votare no al provvedimento, ma si alla fiducia al governo posta per farlo passare. Pisapia dice che bisogna impedire che il Paese cada in mano alle destre. Ma il governo Renzi e, oggi, quello Gentiloni, non hanno fatto forse una politica non dissimile (in qualche tratto peggiore) di quelle di Berlusconi?! Il nuovo impone innanzitutto chiarezza. L'elettore perdona gli errori, ma non i cincischiamenti e le eterne ambiguità.

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