Lo strappo di Fontivegge

Lo strappo di Fontivegge

11.04.2017 - 13:42

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L'Ordine dei giornalisti dell'Umbria ha deciso di cambiare sede. Da quella "storica" di via del Macello, di proprietà Inpgi, si trasferirà in un altro edificio di cui ha avviato la ricerca, probabilmente in un'altra periferia. La stessa cosa farà Asu, il sindacato dei giornalisti umbri affiliato alla Fnsi. Per il quartiere del Bellocchio non è un bel segnale. Il trasferimento è infatti motivato, oltre che da asserite difficoltà logistiche, soprattutto dalle scarse garanzie di sicurezza "fisica" per il personale dipendente che l'area offrirebbe. La cosa può essere vista e valutata da vari punti di vista. C'è alla base della decisione di andarsene una sopravvalutazione dei "rischi" che presentano le pratiche del vivere e del lavorare al Bellocchio e a Fontivegge. Assimilare questa area cruciale della città di Perugia, ad una sorta di Bronx newyorkese o di Zen palermitano, appare, per quanto se ne possano vedere, com'è giusto, i lati negativi, sicuramente eccessivo. E c'è anche una incomprensione di, come lo vogliamo chiamare?, un "dovere civico" di quelli che in fondo sono soggetti pubblici, di contribuire alla riqualificazione di un quartiere. Recentemente anche Equitalia, per motivi sconosciuti non riferiti alla "sicurezza", ha trasferito la sua sede e il complesso edilizio dell'Ottagono ha così perso un polo di attrazione e ripristinato la desertificazione del supercondominio. La Cgil, per fortuna, invece vorrebbe mettere a disposizione uno spazio per farne un centro culturale. Dal Comune, parole tante, ma fatti pochi. E dire che Palazzo dei Priori aveva cominciato bene. Dalla illuminazione maggiorata, alla presenza più assidua dei vigili e delle forze dell'ordine, al sostegno ad attivitá di socializzazione, sembrava avere imboccato una strada nuova. Ora viene un segnale in piena controtendenza. L'area dell'ex Tabacchificio è stata demolita. A vederla dalla strada che "costeggia" la Questura, fa impressione. Sembra un piccolo deserto: una spianata di terra bruna tra il verde delle piante e altre costruzioni. Appare come lo strappo regolare di un tessuto lacerato. Lì sono destinate a sorgere migliaia di metri cubi di cemento che contribuiranno ad ingolfare una zona già ingolfata. Dicono a Palazzo dei Priori che la maggior parte delle cubature saranno destinate ad edilizia sociale. Sarà!, in ogni caso, come per ogni businnes che si rispetti e che altrimenti non sarebbe tale, non mancheranno spazi commerciali, supermercato/i, immobili per attività professionali. Domanda. Che senso ha costruire un nuovo complesso edilizio in una area che già soffre di una offerta edilizia e urbanistica superiore alla domanda e che presenta un alto numero di immobili e aree degradate? Piuttosto che costruire il nuovo, non sarebbe più saggio recuperare il patrimonio dismesso o fatiscente? E' del tutto prevedibile che il complesso diventerà un altro vuoto a perdere, senza anima e vita sociale, regno di spaccio, spacciatori e prostitute. Ci si lamenta della insicurezza e gli si creano nuove condizioni di esistenza! Cosí è stato e sará per Piazza del Bacio, il Bellocchio e altre aree della città se non si dismette finalmente questa pratica di una cementificazione che ha abbondantemente rivelato i suoi limiti di risorsa per la ripresa dell'economia o che, comunque, alla fine, comporta costi sociali ed anche finanziari superiori ai vantaggi. La "militarizzazione" del quartiere, richiesta prima dalla Lega con la proposta della presenza dell'Esercito alla Stazione ferroviaria e ora da una fantomatica associazione, con quella della istituzione di un posto fisso di polizia, sarà del tutto inefficacie, come lo è stato in altre aree della città. Si guardi al proposito l'esperienza del Centro storico e di Ponte S. Giovanni. La via da seguire è principalmente un'altra: è quella di una riqualificazione urbana basata sul recupero, l'integrazione e la aggregazione sociale.

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