D'Alema che non t'aspetti

D'Alema che non t'aspetti

10.01.2017 - 12:39

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Più che alla filmografia è passata alla politica la famosa frase di Nanni Moretti che in una sua pellicola di qualche anno fa, piazzato davanti allo schermo televisivo chiede a D’Alema, allora capo del governo e leader del centro sinistra, di “dire qualcosa di sinistra". L'attesa di Moretti andò delusa e da allora la frase è divenuto una specie di tormentone evocato per segnare in negativo quella che in molti ritenevano la deriva destrorsa del dirigente ex comunista, della sua figura politica e delle scelte del suo partito. Ora, c’è voluto un po’ di tempo, ma le cose sono cambiate. D’Alema è tornato a dire qualcosa di sinistra. L’ha fatto, per chi ha voluto e potuto ascoltarlo, anche di recente a Perugia, alla Sala dei Notari, nel corso del tour per il No al referendum che l’ha visto impegnato in tutta Italia. Nelle ultime settimane l’ha replicato, in maniera più compiuta e impegnata, in un editoriale per giornale della Fondazione che dirige. La sua analisi muove dal fatto che la sinistra ha perso perché ha smarrito le ragioni costitutive che la legano al suo tradizionale blocco sociale, quei ceti popolari e le masse meno protette e povere che più duramente sono stati oggetto dei colpi della globalizzazione e del liberismo economico. Se smarrisce i suoi caratteri, dice D’Alema, la sinistra è destinata a perdere, a essere identificata con maggiori responsabilità di altri nell'establishment dominante e il senso di delusione che ne deriva spinge, paradossalmente, i suoi naturali interlocutori sociali e le classi meno ricche al voto verso destra. D’Alema cita la vittoria di Trump in America che si è rivolto demagogicamente “ai dimenticati” della globalizzazione, salvo poi a riempire il suo governo di ricconi e manager ferocemente antioperai. Quali sono le ragioni costitutive della sinistra smarrite alle quali allude D’Alema? L’emancipazione e la giustizia sociale, la lotta alle disuguaglianze e alla povertà, quella per restituire dignità e voce ai lavoratori e al lavoro e dare diritti a chi non ce li ha. Occorre, questo è il passo chiave del "nuovo" credo d'alemiano, far ammenda all'errore e all'illusione di aver creduto che la globalizzazione e il liberismo fossero di per se un fatto positivo e liberatorio e di esserne divenuti sostanzialmente culturalmente succubi e subalterni. Su questa falsariga lo scritto di D'Alema, che è lungo e articolato, prosegue rivolto ai socialisti e alla sinistra in Europa ed in Italia per proporre una "svolta politica" che torni a far acquisire a questa parte dello schieramento politico caratteri e cultura autonomi e alternativi alla destra, tanto nel programma (dalle politiche economiche, alla concezione della democrazia) quanto in quella dei rapporti politici (liberarsi dalle larghe intese e dalla collaborazione subalterna con il centro destra). Ora, questo D’Alema vestito di nuovo, suscita due sentimenti controversi. Il primo, insieme alla sorpresa, è un atto di accusa. Dov’era D’Alema negli anni nei quali si consumava la deriva culturale verso destra, sulla quale egli esprime oggi un ripensamento? Dallo scioglimento del Pci si è consumato un duro scontro politico culturale tra sinistra moderata e sinistra alternativa che, pressappoco sosteneva le tesi che D’Alema sembra scoprire oggi. Egli, consapevolmente o meno, porta grandi responsabilità in quel “nuovismo” (giunto alla abdicazione teorico culturale) che ha finito con lo snaturare la sinistra e confonderne da ultimo il profilo. L'altro sentimento, diverso o opposto al primo, è la soddisfazione. Sembra, D’Alema, un amico ritrovato. Le cose che ha scritto sono importanti, incoraggianti, un contributo di livello alla difficile impresa della ricostruzione e del riposizionamento della sinistra e si può sperare che riflettano un’opinione più larga nel socialismo europeo. Come valutarle dunque? Con scetticismo o entusiasmo? Di sicuro sono una novità.

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