L'Umbria virtuale del Pd

L'Umbria virtuale del Pd

20.12.2016 - 11:32

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Riferendosi ad un rapporto sulla qualità della vita nelle province italiane del Sole 24 Ore, il segretario regionale del Pd Giacomo Leonelli è tornato di recente a ribadire un giudizio ottimistico sull'Umbria di oggi nella quale, ha detto, "comincia a delinearsi il panorama del nuovo modello di sviluppo che le istituzioni dovranno mettere in campo". Il giovane esponente politico aveva prima parlato di segnali di un "risveglio del tessuto economico, con una vitalità non banale nel campo delle start up e dell'innovazione in generale, grazie in particolare alla crescita di alcuni segmenti come l'aerospazio". Poco tempo prima di queste dichiarazioni, la Leopolda in salsa umbra realizzata a Magione dal duo Leonelli Ascani - con la partecipazione di quel profeta del successo imprenditoriale e ispiratore della politica del Pd (una specie di Marchionne delle parti nostre) che è divenuto Brunello Cucinelli -, era stata tutta un inno alla qualità dell'Umbria e a potenzialità di sviluppo, in linea di principio giuste e desiderabili, ma rese scarsamente realistiche, o addirittura immaginarie, dall'arretratezza della base di partenza, per nulla considerata nella discussione. La parola "crisi" era stata rigorosamente tenuta fuori dalla porta, probabilmente assente nelle menti degli organizzatori e dai relatori e dall'assemblea erano venute, a profusione, le suggestioni dell'armonia e della bellezza come essenza del presente e chiavi del futuro, suggestioni che, insieme al mantra dell'innovazione, vanno a comporre la trilogia della rappresentazione di una regione con "qualche criticità", ma sostanzialmente felice e con prospettive anche migliori. 

Questa visione corrisponde alla realtà? No, non corrisponde. Intendiamoci; in Umbria esistono punte di eccellenza industriale, anche nel campo delle produzioni e della fornitura a produzioni innovative e ad alta tecnologia. Si tratta, sia detto da parentesi, quasi sempre di imprese ignorate dalla pubblicistica, sconosciute al grande pubblico, che meriterebbero di essere maggiormente valorizzate e sostenute dal potere politico e il cui successo è legato al genio imprenditoriale di chi le conduce, al sacrificio suo e di chi ci lavora.
Insomma, non tutto va male o malissimo. Ma quanto pesa la parte che va bene nell'economia umbra in generale? E quanto pesa quella negativa? Questo è quello da stabilire e, su questo, non c'è discussione. Il timbro dominante nell'Umbria di oggi è quello della crisi (nell'economia, ma non soltanto in essa). Anche da queste parti, in questi ultimi anni, lungi dal restringersi, l'area della insoddisfazione o della sofferenza sociale è andata progressivamente allargandosi fino a raggiungere livelli di allarme. Si può parlare di un "declino" dell'Umbria? Molti lo sostengono ed hanno, probabilmente, ragione. C'è, al proposito, una profusione di dati (la disoccupazione specie giovanile, i bassi livelli del Pil, l'aumento della povertà, ecc.) che diventa monotono citare. Ci sono due ultime rilevazioni di fonte Istat, particolarmente significative, l'"intensità di lavoro" (un parametro che misura il livello di impiego dei componenti delle famiglie) e il cosidetto coefficiente Gini, che rileva le differenze sociali e la distribuzione della ricchezza, che registrano un arretramento forte dell'Umbria, soprattutto in rapporto alle regioni vicine. La precarietà del lavoro sta diventando la "normalità". L'Ires, istituto di ricerche della Cgil, rende noto che il numero dei voucher utilizzati nell'ultimo anno in Umbria ha raggiunto la cifra stratosferica dei trentamila. Un "esercito" di persone, soprattutto giovani, la cui dignità professionale e umana viene messa sotto i piedi. Ce n'è abbastanza per uscire da una visione surreale della realtà e concertare e assumere misure straordinarie? Ad esempio un Piano regionale del lavoro, forme di reddito di cittadinanza, nuove politiche industriali e altro ancora? Gli elettori il loro segnale al recente referendum l'hanno dato. Hanno fatto vincere in Umbria, unica tra le tre ex regioni rosse, il No, a testimonianza delle ragioni di un disagio sociale e di una protesta. Ma chi comanda, questo segnale, lo saprà raccogliere?

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