Al capezzale di Fontivegge

Leonardo Caponi

L'Umbria e la vittoria del No

13.12.2016 - 16:54

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C'è una relazione tra la vittoria del No al referendum in Umbria (unica con questo risultato tra le tre ex regioni "rosse") e la sua condizione economico sociale? Negarlo sarebbe una prova di cecità politica. Se, come la quasi totalità dei dirigenti, commentatori politici e analisti dei flussi elettorali hanno convenuto, nella prevalenza dei No si è espressa, in misura addirittura superiore al merito del quesito referendario, la forma di un disagio e di un malcontento sociale, in Umbria ci sarebbero tutte le ragioni di un allarme che, logicamente, dovrebbe riguardare in netta prevalenza il partito di governo della Regione.
Il gruppo dirigente del Pd, a cominciare dal Segretario regionale, ha scelto, per ora, la linea del silenzio. Più che l'attesa degli sviluppi nazionali e di un confronto negli organismi dirigenti, ha pesato, in questo mutismo, la sorpresa e lo sconcerto per un risultato che ci si attendeva e probabilmente prevedeva di tutt'altro tipo.
Eppure i dati parlano chiaro. Il successo del no, come è accaduto in tutto il Paese, è stato maggiore quanto più localizzato nelle aree di sofferenza sociale. Sarà un caso che Nocera Umbra sia il Comune nel quale il no raggiunge percentuali vicine o analoghe a quelle nazionali e quindi largamente superiori alla media regionale?! Nocera è seguita a ruota da tutta la fascia appenninica, teatro di una grave crisi economica e occupazionale che ha fatto seguito alla chiusura della Merloni. Ed è un azzardo ritenere che la sconfitta del Si sia più pesante nella provincia di Terni, piuttosto che in quella di Perugia, anche a causa di un superiore grado di incertezza economica di quell'area, incertezza che dopo l'esplosione della crisi alle Acciaierie, neppure la conclusione (positiva in quel contesto) della vertenza è riuscita a fugare in maniera convincente?
Che è accaduto? Il Pd umbro, oltre alla sue divisioni e diatribe interne e al calo di egemonia, ha pagato una politica e una scelta consapevolmente assunte (come è stato a livello nazionale). Ha scelto di "parlare" e rappresentare solo una parte della società umbra, quella socialmente più florida e con meno problemi. Ha assunto come ispiratori della sua azione politica alcuni esponenti della eccellenza (o presunta tale) imprenditoriale e le suggestioni (la bellezza, l'armonia, la fine delle contraddizioni sociali) che da loro provenivano, incuranti che esse corrispondessero o meno alla realtà della vita della gente o al loro personale stato di grazia. Ha scelto come interlocutori privilegiati il mondo dei professionisti e un ceto medio nuovista, eleggendoli a titolari di una falsa modernità e depositari esclusivi delle chiavi del futuro. Ha continuato a dare dell'Umbria l'immagine di una regione dai pregi esclusivi e dalle molte eccellenze che, in realtà, anche per colpe non solo sue, non esiste più. Si è "dimenticato" dei giovani disoccupati, delle persone senza lavoro e delle tante a basso reddito, dell'umiliazione dei percettori di voucher, dei pensionati da fame, delle fasce meno protette, delle persone indignate per la differenza tra la realtà che vedeva e quella che si sentiva raccontare. Dovremmo essere tutti felici perché per la prima volta dopo una tendenza al disimpegno che sembrava inarrestabile, la gente torna, col voto, a far sentire il suo malumore e la richiesta di un cambiamento. Cambiare cosa?
La domanda di novità è composita e anche contraddittoria, ma è evidente che, consapevolmente o meno, a essere messe sotto accusa e rifiutate, sono le politiche che, sintetizzando, potremmo definire rigoriste e liberiste, delle quali, in Italia, sono stati interpreti Renzi, il suo governo e coloro che, a livello locale, si sono collocati sulla stessa linea. Cambiare come? Invertendo o almeno riequilibrando le parti tra i due termini della politica economica: il mercato e la socialità. Fino ad oggi la legge del profitto è stata dominante sulle ragioni del lavoro, con i bei risultati che abbiamo davanti. Questo bisognerebbe cambiare nel profondo. Ma, a giudicare da quello che vediamo in questi giorni, gli atti non sono belli.

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