Al capezzale di Fontivegge

Leonardo Caponi

Al capezzale di Fontivegge

29.11.2016 - 12:48

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Ultimamente si sono seduti in parecchi al capezzale del popoloso quartiere perugino di Fontivegge Bellocchio, che essendo un’area di per se problematica e nevralgica per gli equilibri della città è solita tornare spesso nelle discussioni.

La Lega nord, isterica e demagogica, ha tagliato corto: ha proposto di "impiegare l'esercito". Per fare cosa e con quali danni per l'immagine della città (tanto ce ne sono stati pochi!) lo sa solo lei. Per fortuna un contributo di ben altro e impegnato tenore sull'assetto urbanistico, il recupero e la prospettiva dell'area è venuto dal progetto elaborato dalla facoltà di Ingegneria dell'Università degli Studi che è stato presentato prima alla Biennale di Venezia e poi in un convegno milanese.
Ecco, qui però c'è un primo punto interrogativo. Il progetto è poco conosciuto in città e molti perugini sono rimasti sorpresi dalla notizia che se ne sia discusso in sedi lontane, per quanto prestigiose e senza coinvolgimento della realtà locale. Evidentemente sul piano del collegamento tra la maggiore istituzione scientifica, cioè l'Università e la città c'è ancora un lungo cammino da compiere. Sarebbe utile e bello che il progetto della facoltà di ingegneria e dei suoi studenti, adesso, indipendentemente dal fatto che diventi programma ufficiale del Comune, possa essere discusso, come si dice, sul campo, cioè con i residenti di Fontivegge e del Bellocchio e le loro associazioni e organizzazioni. Non è demagogia, ma spesso, specialmente di questi tempi, come si può dire?, un bagno di folla, può essere utile alla scienza. Misurare una teoria di intervento per il recupero di una vasta e importante area con gli umori e lo stato d'animo dei suoi abitanti, può servire a renderlo meno accademico e più realistico. Ad esempio, risulta che nei dibattiti veneziano e milanese sia rispuntata la proposta di bandire un Concorso internazionale per la progettazione dell'area o parte di essa, come fu fatto a suo tempo. Non c'è male peggiore del provincialismo, ma stavolta una programmazione fatta in casa pare più calata nella realtà. Anche perché non c'è niente di speciale da inventarsi. Basterebbero poche e semplici (almeno a dirsi) cose. La prima è correggere un errore piuttosto generalizzato. La quasi totalità di esperti, urbanisti, ma anche amministratori pubblici, guardano a Fontivegge come a un'opera incompiuta da completare, magari con un ulteriore aggravio del carico urbanistico. Ora, a Fontivegge, non c'è niente da completare; c'è da recuperare! La esclusione a qualsiasi titolo di nuove grandi volumetrie (a partire dal completamento dello Steccone e del complesso dell'ex tabacchificio) dovrebbe essere l'elemento sovraordinante sul quale costruire un nuovo volto per un'area già piena zeppa di costruzioni e con un eccesso di offerta di spazi edilizi e commerciali. L'industria delle costruzioni, che va aiutata in una fase di crisi, troverebbe spazio nel recupero di immobili e aree degradate e nella realizzazione di progetti edilizi dimensionati e migliorativi. Sarebbe utile un piano per la riorganizzazione e razionalizzazione della rete commerciale, dei servizi e degli immobili a uso professionale. Le altre due cose da fare sono, per così dire, immateriali. Si chiamano socializzazione e integrazione razziale. L'urbanistica di cui sopra, un intervento sulla politica degli affitti e degli alloggi che favorisca l'inserimento delle famiglie, il sostegno alle organizzazioni sociali e la creazione di strutture culturali e di incontro anche tra etnie diverse sono le cose da fare. Fontivegge Bellocchio, lo si voglia o meno, è ormai un quartiere compiutamente multietnico, il primo, probabilmente, di Perugia. Potrebbe essere il campo per una sperimentazione di valore generale (una volta si chiamavano progetti pilota), che lo metta in prima pagina non per i borseggi e la droga, ma per la qualità della vita.

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