La guerra dei mastelli

Leonardo Caponi

Il male oscuro del Pd umbro

25.10.2016 - 12:08

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Quale è il male oscuro del Pd umbro? Oscuro, perché i ripetuti e frequenti articoli e appelli di dirigenti e militanti a rimuovere le cause della crisi, molti dei quali comparsi sulle colonne di questo giornale, paiono inascoltati e impotenti, di fronte a un partito che, nonostante la forza e la pesantezza delle denunce che provengono dal suo interno, sembra avvitarsi sul suo modo di essere, incapace di darsi una svolta. C'è concordanza sulla diagnosi. Tutti dicono che le correnti e i conflitti sono i principali agenti infettanti dai quali bisogna liberarsi. Come? Molti indicano la via di "un nuovo gruppo dirigente", quindi un ricambio di persone. Quando questa tesi è sostenuta da qualcuno o qualcuna dei dirigenti di primo piano, può far sorgere il sospetto di un qualche, come dire?, conflitto di interessi, del tipo "togliti tu che mi ci metto io". Comunque, la logica di questo ragionamento è chiara. L'uscita di scena o la marginalizzazione delle figure attualmente dominanti porterebbe alla scomparsa di quei motivi di contrasto e financo di rancore sedimentati nel tempo, dando spazio a dirigenti liberi dalle ipoteche degli schieramenti del passato.
Sarà così? Probabilmente c'è molto ottimismo in questo ragionamento. In linea generale, che i giovani o i "nuovi" siano necessariamente migliori dei "vecchi", è tutto da dimostrare. La formazione di un uomo politico è solo parzialmente una questione soggettiva. I gruppi dirigenti sono il prodotto dei tempi e dei tempi acquisiscono pregi e difetti. Per la buona politica ci sono state fasi molto migliori di quella attuale, i cui vizi sono assunti dai protagonisti in pectore che, non di rado, sono peggiori di quelli precedenti. Quindi è illusorio confidare nel potere taumaturgico di un semplice ricambio generazionale o di personale dirigente, senza prima di tutto affrontare e risolvere le ragioni "politiche" che stanno alla base della crisi.
Quali sono? Ce n'è una su tutte. E', anche se può sembrare strano, una mancanza di fantasia. Cioè l'incapacità di immaginare e praticare una politica svincolata dalla gestione del potere. A ben vedere, tra le fazioni, regionali o locali, in lotta nel Pd umbro non c'è una discussione e non esistono alternative di strategia politica e nemmeno programmatiche. Poi, adesso che i dirigenti sono diventati tutti o quasi tutti renziani, la pace dovrebbe regnare sovrana e invece accade il contrario. Si accapigliano, fondamentalmente, per la spartizione di posizioni di comando.
Non è beninteso solo un difetto del Pd umbro; lo è del partito in generale e di tutta la politica oggi. In Umbria forse è più forte che altrove per via di una posizione di governo che, nonostante alcune batoste degli ultimi anni, rimane estesa ed è l'alimento principale della forza del Pd. L'impegno come ideale è tramontato del tutto o quasi. I partiti sono diventati in massima parte comitati elettorali o macchine finalizzate al mantenimento o alla conquista di una qualche istituzione. Una formazione politica che si proponga di basare la sua forza attrattiva principalmente su un progetto di trasformazione sociale e non sia solo la sommatoria di tanti immediati interessi particolari da soddisfare, pare al di fuori dei tempi. Anche per questo molta gente si è allontanata e continua ad allontanarsi dalla politica. Perché è accaduto? Perché sembrano diventati tutti uguali. Sono crollate nel sistema politico le differenze ideologiche e di cultura. Oggi sono tutte piegate all'unica rimasta dominante, quella del liberismo. La conseguenza è stata la personalizzazione della politica e le forme distorte del leaderismo. Ma quando lo scontro non è tra idee, ma tra individui o gruppi di individui, per la supremazia dell'uno sull'altro, è molto più difficile portarlo a sintesi e poterlo ricomporre. Ed è anche meno nobile e trasparente.

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