Non è più sinistra

Leonardo Caponi

Non è più sinistra

04.10.2016 - 10:23

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In un articolo dello scorso agosto comparso su queste stesse colonne, Gabriella Mecucci sostiene la tesi dell'avvenuto compimento del processo di trasformazione della sinistra umbra da forza radicale a formazione moderata e riformista. Partendo dall'egemonia ingraiana, che rappresentava la sinistra del Pci e passando per una fase d'alemiantogliattiana, il Pd (ultimo stadio di una lunga trasformazione) sarebbe oggi approdato compiutamente al renzismo, che rappresenterebbe la forma di una sinistra nuova totalmente aideologica e pragmatica. L'articolo è apprezzabile per memoria storica e capacità di analisi. A guardare il pelo sull'uovo, l'unico rilievo che, se del caso, si può muovere allo scritto di Gabriella è quello di avere dato del Pci umbro ad egemonia ingraiana una visione non completa e un po' romantica. Nel senso che quel partito (come del resto tutto il Pci) era già un misto di radicalismo e riformismo, cioè una forte ideologizzazione conviveva con una capacità e una pratica di governo delle istituzioni che erano in grado di misurarsi con la concretezza dei problemi e delle situazioni che si avevano di fronte. E' sottinteso che quel tipo di "riformismo" conteneva una differenza sostanziale e di non piccolo conto dal pragmatismo attuale, che si propone sostanzialmente privo di principi: il governo delle pubbliche amministrazioni, che vedeva nel Pci la forza maggioritaria e di maggior peso, si riteneva non fine a se stesso, ma era finalizzato ad un generale cambiamento sociale.
Non ci sarebbero altre obiezioni all'articolo di Gabriella se non una, per così dire, di fondo che, cosa curiosa, senza deprezzarlo in tutto o in parte, ne contesta però globalmente la radice, proponendo un diverso punto di vista sul partito del quale si parla. Il Pd può essere ancora considerato una forza di "sinistra"? L'interrogativo pare più che legittimo. Intanto perché sono stati Renzi e i suoi seguaci a dire per primi che non esistono più destra e sinistra e che, tuttalpiù, la differenza corre tra innovatori e conservatori. E' la tesi, illogica, del cambiamento giusto di per se, indipendentemente dalla qualità (bene o male) che lo connota.
Ma, c'è molto di più. Renzi ha fatto sostanzialmente la politica di Berlusconi; anzi, su punti cruciali della azione di governo, come la "riforma" del mercato del lavoro, con la precarizzazione e lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, è andato anche oltre Berlusconi. Ma, in generale, si può dire che, riforme istituzionali comprese, tutta l'azione del governo Renzi ha sostanzialmente assunto, come bussola, le concezioni e le pratiche della politica liberista e, al di là delle chiacchere di propaganda, del rigorismo europeo. Più che il punto di approdo di un cambiamento che, per quanto radicale, è contenuto nell'alveo culturale precedente e ad esso è in qualche modo ispirato, il Pd di Renzi appare come il prodotto di una mutazione genetica che ha in toto reciso le radici della sua appartenenza all'albero genealogico della sinistra. Un partito del centro moderato e progressista? Una formazione liberal, egemonizzata da ceti professionali e imprenditori dinamici? La nuova destra, come si spinge a dire qualcuno? Si può molto ragionare sull'identità del Pd, ma la cosa certa è che il campo della sinistra italiana è rimasto per ora desolatamente vuoto o semivuoto, in attesa che qualcuno o qualcosa di adeguate dimensioni torni a occuparlo. Ma questo è un altro discorso.
Il Pd umbro è diverso da quello nazionale? Il vento della mutazione ha investito e sta investendo anche questa regione. La grande maggioranza dei suoi dirigenti si dichiara ormai convintamente renziana. Ci sono in giro molti e aspri conflitti; ma a dominare il campo non sono quelli tra le identità culturali, ma, più prosaicamente, per la gestione del potere.

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