Referendum della discordia

Referendum della discordia

20.09.2016 - 13:36

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Riforma costituzionale di Renzi si o riforma costituzionale di Renzi no? A questo quesito saranno chiamati, di qui a non molto, a rispondere gli elettori italiani. Ci saranno probabilmente due tipi di voto: uno, per così dire “di testa”, cioè riferito al merito della proposta di revisione costituzionale ed ai suoi contorni politici, l’altro, con tutto il rispetto, “di pancia”, dettato cioè da quel clima di isteria antipolitica oggi dominante, secondo il quale tutto quel che riguarda la gestione delle istituzioni e i suoi protagonisti è male. E’ probabile che quest’ultimo alla fine sia maggioritario, anche se i sondaggi sono incerti o indicano il contrario. Se vincesse l’antipolitica sarebbe un male, poiché prevarrebbe una spinta irrazionale e confusa a cambiare solo per fare dispetto all’esistente, indipendentemente dalla qualità del cambiamento. Attuare una riforma, che arriverà ad incidere profondamente sul carattere stesso della democrazia italiana (e che quindi se è sbagliata saranno dolori) solo al fine di ottenere qualche peraltro modesto o dubbio risparmio (comunque ininfluente nel bilancio dello stato) attraverso la soppressione di un certo numero di seggi parlamentari, appare cosa abbastanza misera. Tra l’altro l’argomento della lotta ai “politici” e ai loro superstipendi, messo sulla bocca del Presidente del Consiglio, cioè di uno che in vita sua non ha fatto altro che il “politico”, contiene una alta dose di volgarità a demagogia. Ai parlamentari bisogna chiedere onestà, dedizione e competenza, ma essi svolgono una funzione essenziale e devono essere in numero congruo per rappresentare un Paese che, non dimentichiamolo, ha 60 milioni di abitanti e 44 milioni di elettori. E’ di moda mettere il bicameralismo sotto accusa per le lungaggini della politica. Ora, in realtà, una maggioranza coesa e determinata già oggi ha tutti gli strumenti per imporre tempi brevi all’attuazione delle sue decisioni. Il problema non è dell’esistenza di due Camere, ma della mancanza di una simile maggioranza, poiché il Parlamento rappresenta la frantumazione degli interessi che dividono la società. Tra l’altro, la riforma non abolisce il bicameralismo. Lo riduce parzialmente, in un quadro di ripartizione delle competenze tra Camera e Senato (il quale, pur mantenendo funzioni importanti, sarà nominato e non più eletto dal popolo) che condurrà non ad una semplificazione, bensì alla complicazione del procedimento legislativo e degli atti parlamentari, con prevedibile allungamento dei tempi rispetto a quelli attuali. I nuovi senatori dovranno tutti essere dei piccoli Napoleone per riuscire a far bene contemporaneamente due mestieri: quello appunto di senatore e quello di consigliere regionale o sindaco, col rischio di non riuscire in nessuno dei due. Si possono fare molte altre critiche al progetto di riforma costituzionale proposto, ma ciò che pare più detestabile è l’idea di fondo che, sostanzialmente, lo ispira e lo anima: quella di ridurre le sedi e gli spazi della democrazia per procedere ad una ulteriore concentrazione dei poteri. Questa, per la verità non è una novità del governo Renzi. Da molti anni a questa parte si è fatta strada la concezione e la pratica presidenzialista di valorizzare gli esecutivi a scapito delle sedi assembleari. Secondo questa logica la politica e la partecipazione di un vasto pubblico alla politica, sono semplicemente degli impicci alla vita reale, che in quanto tale vanno rimossi. Serve per mettere il governo al riparo dai movimenti e dalla protesta sociale. Esplicativo di questo modo di concepire le cose è il cosidetto “abbinamento” tra la riforma costituzionale e la legge elettorale chiamata Italicum. Con quest’ultima una minoranza, anche ristretta, del corpo elettorale potrà contare su una larga maggioranza parlamentare la quale, a sua volta, consentirà di decidere delle più alte cariche e istituzioni di controllo dello stato. Forse non sarà dittatura, ma, di sicuro, una democrazia autoritaria.

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