L'economia che non riprende

Leonardo Caponi

L'economia che non riprende

14.09.2016 - 10:35

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No, l'economia proprio non va. Hanno un bel dire Renzi e i suoi sodali, a cominciare dal ministro del Tesoro, che il Paese “ha cambiato verso”, “l'Italia è ripartita”, eccetera eccetera. Parole, ma i fatti, come si suol dire, hanno la testa dura. I dati sono quello che sono. Un Paese "riparte" quando il prodotto interno lordo aumenta almeno del 2 per cento e il tasso di disoccupazione viene abbattuto in maniera molto più significativa e meno basata sulla precarietà di quello che è stato fatto. Qui siamo a ben altro. Tutti gli analisti danno, per il 2016, un aumento del Pil largamente al di sotto di quello, per altro modesto, che era stato programmato dal governo. Siamo tornati allo "zero più", contro una previsione che superava l'uno per cento. L'Istat, con i suoi dati della settimana scorsa, ha pienamente confermato questa prospettiva. Con l'aggiunta che l'istituto di statistica indica anche le cause che, a giudizio dei suoi analisti, generano e mantengono la stagnazione; sono il calo della produzione industriale e il basso livello del consumi.
Esiste una politica industriale nel nostro Paese? E il tenore di vita della maggioranza della popolazione è migliorato o peggiorato? Sono domande cruciali alle quali bisogna dare una risposta per comprendere la persistenza, ormai da quasi dieci anni, di una crisi economica, esplosa a livello internazionale nel 2007, che, soprattutto nel nostro Paese, pare irrisolvibile. Ognuno può vedere le cose come vuole, ma è evidente che la morta gora nella quale si trova l'Italia mette sotto accusa una politica che, in questi anni, ha sostanzialmente accomunato tutti i governi che si sono succeduti, ma che ha trovato, per così dire, il suo apice con il governo Renzi. L'impianto concettuale di questa politica è che bisogna penalizzare il lavoro per favorire l'impresa. Abbinata a questa concezione, c'è quella secondo la quale è necessario ridurre le spese dello stato per i cittadini al fine di trasferire risorse ai "mercati". La convinzione è che impresa e mercati, così ristorati, sarebbero in grado di rilanciare gli investimenti ed aprire un nuovo ciclo di sviluppo. L'esperienza dimostra (torniamo ai fatti che hanno la testa dura) che questa non è stata una politica, ma un'illusione.
Uno dei miraggi di questa illusione è stata la "riforma" delle pensioni Monti Fornero. Ma il jobs act e l'abolizione definitiva dell'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, attuati dal governo Renzi, ne costituiscono in assoluto la cuspide. Essi sono stati uno strumento formidabile, dato in mano alle imprese, al fine di ridurre il costo del lavoro attraverso l'abbassamento dei salari e la precarizzazione dell'occupazione. La modesta diminuzione del tasso di disoccupazione che si è ottenuta, risulta ingannevole, poiché l'aumento dei contratti a tempo indeterminato è stato drogato dai contributi pubblici, scaduti i quali si torna alla situazione di partenza e, soprattutto, "coperto", cioè determinato dalle varie forme di lavoro precario e sottopagato di cui i voucher (dei quali si è registrata anche in Umbria una vera e propria esplosione) costituiscono l'aspetto più umiliante per la dignità dei dipendenti e rimandano alla memoria la pratica antica del caporalato che si credeva espunta dalla civiltà economica e giuridica del Paese.
La competitività delle imprese e del sistema produttivo non è aumentata ed è diminuito il tenore di vita della popolazione che, non compensato da mance tipo gli 80 euro, mantiene basso il livello dei consumi. L'Italia rimane prigioniera nella spirale tra costi delle produzioni più bassi e mercato che non le assorbe. Senza aumento di pensioni, salari e stipendi e una ripresa selettiva degli investimenti pubblici, il Paese non uscirà da questa gabbia infernale.

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