Partiti per legge

Partiti per legge

06.09.2016 - 09:56

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Nelle scorse settimane, con una delle sue firme più autorevoli, il Corriere della Sera è tornato a chiedere la riforma dei partiti. Si tratterebbe di una norma rivolta a riavvicinare le gente alla politica e combattere il degrado della vita pubblica. La legge detterebbe norme di organizzazione, democrazia e trasparenza comuni per tutte le formazioni politiche, norme che avrebbero, innanzitutto, una funzione di tutela dei diritti di iscritti ed elettori. L’ipotesi dell'intervento descritto è condivisa da buona parte del mondo politico, essendo depositati sull'argomento in Parlamento circa una trentina di testi di legge, prevalentemente a firma di parlamentari del Pd, che, sostiene il Corriere, potrebbero essere rapidamente fusi e unificati. Ora, l'idea di una norma che, seppure con buone finalità dichiarate, si intrometta nella vita interna dei partiti, è, in linea di principio, discutibile. A nessun gruppo di persone, aggregati sociali o classi può essere conculcato il diritto a organizzarsi nelle forme e con le modalità che ritiene più congrue e opportune. Nella cosidetta prima repubblica, l’idea di una legge sui partiti sarebbe stata semplicemente inconcepibile. Particolarmente il Pci era geloso della propria totale autonomia dal potere statale e delle sue modalità di gestione interna che valutava aperte, democratiche e rispondenti alle esigenze della lotta politica che era chiamato a sostenere. Ma anche per gli altri partiti, sebbene più identificati col governo, era la stessa cosa. Ma ciò che pare debole è l'idea stessa che con una norma di legge, cioè con un intervento che potremmo definire "tecnico", si possa contrastare un fenomeno, quello della degenerazione del sistema politico, che è, appunto, tutto politico. Che cosa sono i "partiti" oggi? Per chi ha conosciuto quelli di un tempo, usare questa parola appare improprio. Essi hanno perso, per lo più, le loro caratteristiche di grandi organizzazioni di massa rette su principi di democrazia, trasparenza e partecipazione. Pratiche come il volontariato, il disinteresse e la capacità di incidere da parte della "base", sono sempre più rare, se non inesistenti. I partiti oggi, anche quando non hanno un carattere strettamente personale, sono divenuti sommatoria di interessi individuali, di gruppo o territoriali, confederazioni di sistemi di potere o comitati elettorali. In casi sempre più frequenti la motivazione all'iscrizione ad una forza politica non è determinata dall'adesione ad un nobile ideale o a un comune progetto politico, ma dal miraggio della riscossione di un possibile vantaggio o guadagno. Il più potente antidoto alla degenerazione dei partiti, cioè la militanza attiva di massa e la possibilità di concorrere alle loro decisioni, è stato praticamente espunto. La modalità che la gente ha adottato per reagire e protestare contro questa situazione è quella, per dirla con un termine un pò volgare, di fregarsene, cioè di ritrarsi dalla vita politica e da quella dei partiti. Perché? Perché, ormai, sono tutti uguali. E perché sono uguali? Perché, nel sistema politico e tra le diverse formazioni, sono sostanzialmente scomparse le differenze di carattere ideale e politico. Tutto si regge su un pensiero unico che è quello del liberismo. Chi non si riconosce nell'unica cultura in campo e nei suoi dogmi, si scoraggia e si estranea dal gioco. Si vogliono partiti migliori di quelli attuali? Invece di improbabili leggi, sempre eludibili, si ripristino alternative politiche reali e il pluralismo delle idee e delle culture.

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