Buon viaggio Carletto, sorriso a mille all'ora

Carlo Brugnami, scomparso a 79 anni

CICLISMO

Buon viaggio Carletto, sorriso a mille all'ora

14.02.2018 - 23:05

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Non era silenzio, la sua era fatica. Di tirare un rapporto fino a farsi male, con un dente più duro dopo 200 chilometri di sudore, di arrivare in cima, di lasciarsi dietro quelli che vedeva intorno a sé e gli avversari che, spesso, aveva dentro. La paura di non pedalare quanto la propria ambizione, l'indifferenza della sua terra che, poi, a volte gli succhiava le ruote. Carlo Brugnami parlava poco, lo faceva solo con chi amava veramente e, allora, ascoltarlo, che spettacolo. Erano le sue imprese a parlare per lui, per quel ragazzo di Capocavallo classe '38 che se ne è andato giorni fa, alle soglie degli 80 anni, battuto in volata da una malattia che gli ha fregato l'ultima tappa di quella bellissima corsa che è stata la sua vita. Di ciclista e di uomo che non ha perso mai il sorriso.Tra i più grandi in Umbria. Al pari del gualdese Adolfo Leoni.

IL PAESE

L'esordio nel 1955 con l'Uc Perugia (club cui si propose con tanto di bici al seguito, un ferrovecchio di papà Fernando, altrimenti niente da fare), il titolo italiano Allievi l'anno dopo, la vittoria alla San Pellegrino nel 1959 col Gs Piccini del suo diesse, Italo Minestrini, e quindi il salto tra i professionisti. In mezzo una convocazione alle Olimpiadi del '60 a Roma a cui non rispose proprio per sbarcare tra i big. "Sua madre Emma era molto amica della mia, la sarta di Capocavallo - racconta Piero Pisello, l'amico al pari di Rino Ricci che è stato il suo vero archivio storico - e passavano le giornate a chiacchierare. Io ero piccolo, ma mi ricordo che Carlo tornava in bici da scuola, allora frequentava l'istituto di Belle arti a Perugia e per cena mangiava brodo vegetale e bistecca, sempre. Ma prima, per allenarsi, saliva per lo sterrato del paese con un fascio di erba per i conigli attaccato alla bici. Immaginate". A Perugia conosce Fausto Coppi. E' lì che nasce Carlo lo scalatore. I bambini della frazione corcianese sognavano le sue vittorie. "Chiesi a mio padre di cambiare il manubrio della bici - sorride ancora Piero-.Tolsi quello che avevo trovato e mettemmo quello da corsa".

LA CARRIERA

Tifava Bartali, ma non era facile farlo. Brugnami correva in sella a una Torpado e, negli anni, era diventato amico del figlio del proprietario della squadra, che studiava a Perugia, così al buon Ginaccio che lo corteggiava, oppose un cortese "no, grazie". Torpado appunto nel 1960, poi la Philco di Fiorenzo Magni dal 1962 (in una Milano- Sanremo si narra che dall'ammiraglia gli fu intimato di superare il belga Van Looy cosicché le vendite dei frigo del marchio che dava il nome al team ne potessero beneficiare), Philco che attendeva la consacrazione di Carletto che, però, non arrivò mai. Nel 1963, quindi, passò alla Gazzola con cui finì decimo al Giro, infine Lygie e Molteni negli ultimi due anni che lo riportarono nell'anonimato. Sei anni da professionista inaugurati con tre vittorie (nel Gp Altopascio, nel Circuito di Avezzano e nella tappa da Roma a L'Aquila del Gp ciclomototuristico del 1961), proseguiti con sei Giri (chiude nono nel 1961), due Tour e un Mondiale al Hoenstein dove giunse 31esimo, al fianco dell'altro umbro Cerbini. In rosa, proprio in quell'anno, Carletto cominciò la sua personalissima battaglia contro la sfortuna. Sullo Stelvio - raccontano le cronache ingiallite - fu costretto a fermarsi per una foratura ma, per risalire in sella, dovette aspettare sette lunghissimi minuti e il sogno del podio svanì. Senza il sostegno di una squadra era dura, come farsi largo in un mondo di vecchie volpi che finiva all'altezza di Firenze. Gli andò peggio al Tour, costretto al ritiro dopo la 12esima frazione Torino-Antibes, con Jacques Anquetil in maglia gialla: tutta colpa di un tifoso che, a Bussoleno, nel tentativo di rinfrescare Carlo, gli lanciò un secchio d'acqua addosso, ma nel vero senso della parola: acqua e secchio insieme. Carletto, in discesa a 80 all'ora, finì in una scarpata e ne uscì con la clavicola rotta. Notte insonne, febbre e il ritiro tra le lacrime, con una squadra che non lo sostenne a dovere e, nella sua testa, una Perugia che lo stava già bollando come perdente. Ma la Francia lo adottò, perché Carletto era uomo vero.Non aveva santi in paradiso, ma era ottimista e leale. Lo chiamavano "monsieur souris", signor sorriso, perché, anche nella cattiva sorte, negli occhi aveva sempre la luce giusta. Gli dicevano: "Lei sorride, ma la tappa di oggi sarà un calvario, lo sa?". E lui: "Lo faccio perché ho dormito bene, ho recuperato e perché io spero sempre".Questo piaceva, soprattutto fuori dai confini nazionali.Ma anche in Italia c'era chi lo apprezzava: nel 1963, a Biella, sulla salita del Santuario di Oropa, si ferma per un guasto meccanico e taglia il traguardo a piedi con la bici in spalla. Ora, su quegli stessi tornanti, una palina ne ricorda le imprese. Era genuino Carlo, anche nei modi. Una volta, al Tour, coi francesi che facevano muro al centro della strada, provò a forzare un varco e ricevette in cambio un paio di gomitate ben assestate dal beniamino di casa Henry Anglade. Beh, lui staccò la pompa dalla bici e gliela mise sotto al naso. "E non provate a farmi scherzi" aggiunse. Smise di correre a 27 anni, nel 1965, dopo tanti piazzamenti (secondo nella Mentone-Genova-Roma, terzo nel Giro del Piemonte e dell'Emilia, quarto all'Italiano del 1963 e sesto alla Milano-Sanremo del '62), ed è rimasto fino all'ultimo nel mondo rotondo fino allo scorso, maledetto 2 febbraio come presidente onorario della Secom Forno Pioppi di Mantignana. A Capocavallo ha aperto e portato avanti un'attività commerciale nel settore delle bevande prima con le Bibite Brugnami e, poi, in quello alimentare. Sulla porta del suo supermercato, da sempre, c'è attaccato uno smile gioioso. Con scritto: "Sorridi sempre". Forse è lui. Anche nei momenti difficili ha sempre preferito la fatica alle parole, facendo scudo sulla famiglia. Ma sorrideva Carletto.

LA FAMIGLIA

Gianluca, il figlio più grande ed ex ciclista pure lui, ha le spalle larghe. "Ora proverò a fare quello che mi diceva papà - e la voce si rompe -: guardare avanti, oltre, prendendo il futuro come occasione di crescita. Provando, alle soglie dei 50 anni, a essere ancora un signore come lo è sempre stato lui e come vorremmo fossero i suoi nipoti". Carlo lascia anche una figlia, Luisa, e la moglie Igilia. Ma il suo ricordo è vivo. Soprattutto negli occhi dei nipoti Ettore, Giorgio, Lucrezia,Rachele e della piccola Priscilla, due anni. Lei dice che il nonno, ora, è una stella. Presto Priscilla capirà che Carletto lo è sempre stato. C i a o sorriso. E buon viaggio, campione.

Tommaso Ricci

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