Francesco De Gregori: “Ho scelto l’Umbria per la dolcezza dei suoi abitanti”

Francesco De Gregori: “Ho scelto l’Umbria per la dolcezza dei suoi abitanti”

Il cantautore si racconta: Bob Dylan, la letteratura, il rapporto con la popolarità. Sulla strada tour questa sera al Lyrick. La richiesta di Julia: "La donna cannone per Ale"

03.05.2013 - 17:35

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La casa tra i colli sulla Flaminia è il posto in cui ha deciso di trascorrere molta parte della sua vita adulta. Oggi Francesco De Gregori farà serata dall’altro lato del Subasio. Riempirà il Lyrick, per uno dei concerti più attesi della Stagione d’autore 2013. L’Umbria, con la sua dimensione rurale, suona un po’ come lo specchio di Roma, della metropoli dove De Gregori è nato e cresciuto.
“Beh, passare molta della mia vita in una casa di campagna in una regione come l’Umbria”, dice lui, “bilancia il fatto di risiedere in una grande città come Roma. Probabilmente questa specie di schizofrenia ambientale mi aiuta a prendere il meglio dalle due condizioni, è un bel ping-pong esistenziale. Poi non voglio stare qui a elencare le bellezze dell’Umbria. È evidente che se l’ho scelta è perché ci trovo delle cose affascinanti. L’arte (anche quella contemporanea, per esempio, in una città come Foligno), la cultura, la bellezza del paesaggio. Ma direi soprattutto la dolcezza del carattere dei suoi abitanti”.

Il suo recente audiolibro su Cuore di tenebra è la conferma di un legame forte con la letteratura. Che uomo sarebbe, senza, e che cantautore sarebbe?
“La letteratura è importante per tutti e soprattutto per chi, come me, a sua volta produce materiale letterario attraverso i testi delle canzoni. Ma vorrei dire che dai tempi della scuola in poi grazie a Dio non ho mai letto una sola riga se non per puro divertimento. Non ho mai considerato la lettura un obbligo né tantomeno una disciplina. Il fatto che quello che leggo mi possa tornare utile per scrivere a mia volta avviene in modo del tutto naturale. È inevitabile. Ma non è per quello che prendo in mano un libro”.

Chissà che genere di musica ascolta e apprezza, oggi, Francesco De Gregori.
“Stesso discorso. Ascolto la musica che mi piace in modo spesso casuale, senza badare troppo ai generi. Mi può piacere un pezzo hip hop, il modo di cantare di Mengoni, un gruppo folk valdostano. Tutto finisce per entrare nel mio modo di comporre o di suonare. E poi magari sto attento a come lavorano i musicisti. La cosa che mi affascina di più in un musicista è la capacità di muoversi fra stili diversi senza esserne prigioniero, per esempio un chitarrista capace di fare rock senza ricollegarsi agli stereotipi abusati della categoria. Ecco, distinguere fra ‘stile’ e ‘maniera’: questo mi sembra interessante, mi piace lavorare in quella direzione”.

Lo scorso autunno, il suo nuovo disco e quello di Bob Dylan sono usciti a distanza di poco tempo. Cosa pensa della parabola artistica di Dylan, che per lei è sempre stato un riferimento?
“Mi sembra che Dylan sia sempre stato interessato a non riproporre se stesso, fin dai suoi primi dischi. E anche Tempest si muove nel solco di questa sua naturale ossessione. Non trovi mai nelle sue canzoni, o nella sua voce, o nella produzione di un suo nuovo disco, le cose che esattamente vorresti o che ti aspetteresti. Si muove come un’esca sull’acqua e io,personalmente, sono sempre felice di abboccare”.

Sulla strada è un disco pieno di belle canzoni. La guerra sembra una sorta di Generale 2.0.

“Mi rendo conto che parlare di guerra nelle canzoni non è assolutamente una novità, l’ho già fatto io e l’hanno fatto tanti altri. Credo che tornarci sopra da una parte voglia dire parlare di qualcosa che respiriamo intorno a noi, e nemmeno troppo lontano. E dall’altra subire la fascinazione di un’epica letteraria della quale ci siamo nutriti da sempre. L’Iliade, la Gerusalemme Liberata, La Grande Guerra, Apocalypse Now... la guerra rivela l’uomo nelle sue caratteristiche migliori e peggiori, mette a nudo sentimenti primordiali. È inevitabile che diventi materiale per libri, canzoni, poesie”.

Guarda che non sono io è un altro pezzo molto bello, e molto coraggioso. De Gregori ha la fama d’essere un uomo riservato, quasi burbero, che nel quotidiano fatica a scendere a patti con la popolarità. Questa canzone prende il toro per le corna.
“Non so se sia una canzone ‘burbera’. Dopo averla scritta mi sono accorto che mi pesa molto meno farmi fotografare con uno sconosciuto che melo chiede. È come se scrivendola avessi messo in chiaro certe cose con me stesso e mi fossi liberato di qualche complesso. Comunque guardi che anche lei avrebbe dei problemi se la gente la considerasse per come la vede e non per come lei ritiene di essere, e se questo avvenisse in continuazione. Però, le ripeto, va bene così. La cosa a cui teniamo di più nella vita è essere amati e tutte queste cose sono anche dimostrazioni di affetto”.

A cura di Giovanni Dozzini

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