L'Umbria diventa terra di conquista delle mafie

L'Umbria diventa terra di conquista delle mafie

Criminalità organizzata: fa scalpore l'omicidio di Luigi Castiglione, vittima di una faida calabrese ucciso a colpi di pistola a Perugia per ordine della 'ndrangheta

16.07.2013 - 14:33

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Quello di Luigi Castiglione, vittima di una faida che si era scatenata in Calabria e ucciso a colpi di pistola all’Elce da un amico di infanzia per ordine delle 'ndrine, non è stato l’unico omicidio di mafia in Umbria. Dietro le sbarre, a Perugia, nell’ottobre del 1975, fu ammazzato Angelo La Barbera, esponente di primo piano di Cosa Nostra ai tempi di Stefano Bontade e di don Tano Badalamenti. L’omicidio, consumato nell’infermeria del carcere di piazza Partigiani, fu eseguito da tre siciliani di tre province diverse e tutti di nome Giuseppe e rappresentò il vero inizio della “guerra di mafia”, che sei anni più tardi spazzò via le vecchie gerarchie e che portò ai vertici i “viddani” di Corleone, capeggiati da Totò Riina e Bernardo Provenzano. E in carcere, sempre a Perugia, venne impiccato - aprile del 1983 - Ciro Ruoppo, che appena arrivato nel capoluogo umbro, si mise a sparlare in cella - lui era amico e fan di Luigi Giuliano, detto “o lione” (poi divenuto collaboratore di giustizia) della Nuova Famiglia - di don Raffaele Cutolo, il capo della Nuova camorra organizzata. Ruoppo venne processato, a sua insaputa, da una “corte” immediatamente formata dai cutoliani ospiti nella struttura carceraria perugina e la sentenza di morte venne eseguita, due giorni più tardi, nella sala docce del carcere. Sette i cutoliani condannati dalla giustizia ordinaria per questo brutale e assurdo omicidio. Fuori dal carcere venne ucciso nel 1978 Domenico Barbaro, calabrese, esponente di una famiglia in lotta dagli inizi degli anni Cinquanta con i Mammoliti (faida sanguinosissima iniziata nel 1954), che dopo 24 anni di detenzione, era tornato libero. E abitava nella piana di Assisi. I killer lo sorpresero una mattina mentre stava lavorando nella vigna: gli spararono con la lupara e fuggirono con una auto di colore rosso. Sei anni fa, a settembre, a morire fu Salvatore Conte, camorrista e collaboratore di giustizia. Conte, membro di una banda di pentiti di varie mafie che si erano messi insieme per consumare tutta una serie di reati in Umbria e non solo, venne attirato in una trappola in un cascinale di campagna a Castel del Piano e freddato a pistolettate dai suoi complici su mandato del capobanda, che lo riteneva pericoloso e non più affidabile in quanto consumatore abituale di cocaina. Il cadavere fu, la sera dopo, trasferito e interrato ai margini di un bosco al confine tra i comuni di Perugia e Gubbio, dove venne ritrovato e dissepolto. Il processo agli esecutori materiali e al mandante è in itinere. Si sospettano quali omicidi di mafia anche l’assassinio del piccolo imprenditore calabrese Roberto Provenzano, ammazzato con un colpo di calibro 9 alla tempia nel suo appartamento di via Monte Fumaiolo a Ponte Felcino nel 2005 (caso irrisolto); quello di Pazi Gramos, albanese, crivellato da colpi di pistola insieme ai suoi due nipoti, in via della Scuola a Ponte San Giovanni nell’ottobre del 1999, da un commando di napoletani, sospettati di essere collegati alla camorra; quello di un perugino assassinato, di notte, sullo spiazzo di un distributore di benzina a Collestrada da un detenuto siciliano, in permesso premio, perché si rifiutava o non era in grado di trovare un lavoro, necessario al recluso per ottenere gli agognati benefici di legge. E ha tutti i crismi del delitto mafioso, se non altro per la tecnica utilizzata, l’omicidio di un sfortunato operaio ternano, il cui cadavere, nel 2001, venne ritrovato “incaprettato” nell’orto, proprietà della vittima, a Terni: forse si era trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Il caso è stato riaperto, mesi fa, dalla polizia scientifica nazionale, nella speranza che le più raffinate e sofisticate tecniche medico-legali offrano, a dodici anni di distanza dai fatti, uno spunto investigativo e facciano scoprire la verità e il responsabile di un delitto tanto barbaro e crudele.

Elio Clero Bertoldi

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