Uccisa per aver respinto le avances dell'amico che l'aveva invitata a casa

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Il cadavere di Francesca Ragni galleggiava avvolto in una coperta vicino al pontile di Sant'Arcangelo

28.05.2013 - 15:18

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Il cadavere galleggiava, avvolto in una coperta all’altezza del pontile vecchio di Sant’Arcangelo di Magione. Lo scoprirono tre ragazzi del paesino lacustre, appena dopo pranzo in un freddo pomeriggio del gennaio 1990. Avvolto in una trapunta rossa e in una coperta di ciniglia gialla spuntò fuori, da quello strano “fagotto”, un cadavere di donna.
La vittima aveva pochi indumenti indosso: due magliette arrotolate sopra il seno; gli slip di colore nero e il collant abbassati a metà coscia. Fu facile l’identificazione: Francesca Ragni, 27 anni, perugina. In stato interessante, appurarono poi gli anotomo-patologi. La parziale nudità della vittima portò subito gli investigatori a ipotizzare un delitto a sfondo sessuale. I medici legali assicurarono che la violenza carnale non era stata consumata. La povera ragazza era deceduta per una vasta lesione alla testa, causa di una devastante emorragia e respirava ancora quando era stata gettata in acqua. Una morte in due tempi, dunque: il colpo subito alla nuca non l’aveva uccisa, ma piuttosto fatta precipitare in coma. L’acqua ritrovata nei suoi polmoni stava a testimoniare che il decesso era avvenuto, in un secondo momento, quando il corpo era stato scaraventato in acqua.
Francesca nel pomeriggio del 4 gennaio era stata vista in un bardi piazza Grimana. Vociante e aggressiva, come era nel suo carattere. E in compagnia di una bella ragazza spagnola e di un pizzaiolo. Quella sera Francesca, che in cerca di una vita autonoma aveva lasciato, da qualche tempo, la sua famiglia, aveva accettato l’invito del cuoco. Quest'ultimo era un uomo di quasi quaranta anni, che abitava in via Maturanzio, 38, in un appartamento al quinto piano.
Un tipo dalle mani grandi e dal fisico massiccio. Risultò che il pizzaiolo, forse eccitato dalla presenza delle due donne in casa sua, aveva tentato di avere un rapporto con Francesca, che lo aveva respinto. Ne era scaturita una discussione vivace e i due erano venuti alle mani. Più debole Francesca, colpita o spintonata via dall’uomo, aveva battuto la nuca sullo spigolo del comodino ed era svenuta, entrando in coma e perdendo anche molto sangue dalla ferita. Il pizzaiolo, fuori di testa, era entrato in confusione. Invece di pensare di aiutarla, di soccorrerla, la sua sola preoccupazione era stata quella di liberarsi del corpo della ragazza.
Aveva avvolto Francesca in una trapunta e in una coperta e con la propria 127 in piena notte aveva raggiunto il Trasimeno dove aveva fatto rotolare il “fagotto” in acqua in località Sasso Serpaio di Monte del Lago. La procura - sulla scorta delle indagini degli uomini della squadra mobile - rinviò a giudizio il cuoco per omicidio e tentata violenza carnale. Il giudice dell’udienza preliminare, il 28 maggio 1991, riconobbe il pizzaiolo colpevole e lo condannò a 14 anni, con lo sconto della scelta del rito e di una perizia psichiatrica che mise in luce l’insufficienza mentale dell’imputato (il consulente spiegò che il pizzaiolo presentava l’età mentale di un ragazzino di nove anni).
Assolta invece, per non aver commesso il fatto, la ragazza spagnola, accusata di favoreggiamento. La difesa impugnò la sentenza e la corte d’assise d’appello riformò il verdetto nel settembre del 1993: il pizzaiolo venne sì riconosciuto colpevole ma solo del reato, meno grave, di omicidio colposo e di tentata violenza carnale. La pena fu pertanto ridotta e fissata in 11 anni di reclusione. La ragazza spagnola rientrò quasi subito nel suo paese di origine. Il pizzaiolo è morto, per cause naturali, qualche anno fa.

A cura di E.C.B.

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