Ammazzò a fucilate un cartomante per paura di essere diventato gay

Ammazzò a fucilate un cartomante per paura di essere diventato gay

Era il 15 settembre 1984: ossessionato dall'idea di essere omosessuale un giovane di 18 anni "freddò" con due colpi Giancarlo Raschi

28.05.2013 - 17:04

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Lo uccise spinto dal timore, anzi dall’idea fissa, maniacale, ossessiva di essere diventato se non omosessuale, quanto meno ambivalente. Un giovane perugino, poco più che diciottenne, massacrò a fucilate, un cartomante, gay dichiarato, che spesso amava anche indossare abiti femminili.
La tragedia maturò e si consumò un tranquillo sabato sera di provincia, con i giovani che sciamavano verso le discoteche e i più maturi che optavano per il ristorante o per una serata al cinema. A cavallo, per la precisione, della mezzanotte del 15 settembre 1984. Il giovane, che abitava in periferia con la sua famiglia di onesti lavoratori, si era posto alla guida di una vecchia Panda ed era salito in centro.
Si sentiva investito, quel ragazzo, di una missione di morte. Per consumarla aveva sottratto, ai congiunti del tutto ignari del “furto”, un fucile da caccia marca “Bernardelli” calibro 12 e cinque cartucce “Maionchi”. Suonò il campanello dell'abitazione del cartomante Giancarlo Raschi, non ancora quarantenne, in via San Prospero 13 e quando la porta si aprì, esplose due colpi, in rapida successione. Il primo mentre lo sfortunato padrone di casa era in piedi, davanti al nuovo arrivato; il secondo quando la vittima stava cadendo, forse già agonizzante, sul pavimento della stanza d’ingresso.
L’azione criminosa si rivelò così improvvisa e inattesa che la vittima non fece in tempo neppure ad abbozzare un gesto di reazione o di difesa o a provare un tentativo di fuga. Morì sul colpo, la vittima, con il volto sfigurato e il petto squarciato dai pallini di piombo.
“Ho chiuso gli occhi e ho sparato” - rispose il reo confesso alle domande degli investigatori. Lui stesso, pochi minuti dopo il delitto, si era consegnato agli agenti di una “volante” incrociata per caso. “Ho ucciso un uomo”, la sua immediata ammissione ai poliziotti, che lo condussero immediatamente in questura, ospitata all’epoca in piazza Partigiani (nella palazzina ora sede della procura della Repubblica).
Un paio di anni prima, quando lo sparatore era ancora minorenne, per fargli uno scherzo gli amici più grandi e vissuti accompagnarono il ragazzo non da una prostituta, come gli avevano promesso, prefigurando una sorta di rito di iniziazione all’eros adulto, ma conducendolo e affidandolo ad un omosessuale vestito da donna. Il cartomante, appunto. Da quel momento la psiche del giovane, forse già fragile di suo, cominciò a vacillare. “Da due anni e mezzo non mi sento più io - confidò - vivo nel terrore di essere diventato omosessuale...”.
Nonostante, nel frattempo, il ragazzo si fosse fatto una fidanzatina, la sua mente continuava a partorire incubi inquietanti, mostri inconfessabili, che generavano in lui un profondo dolore, un devastante strazio interiore, legato al dubbio dell’identità sessuale.
“Temevo di aver perduto la mia virilità, di essere un diverso, un omosessuale...” - aveva continuato a dichiarare non solo ai poliziotti e al magistrato inquirente, ma anche ai giudici nel corso del processo. Così da questa sconvolgente “battaglia” interiore - per vincere la quale aveva pure tentato il ricorso all’aiuto e alle terapie di uno psichiatra, ma evidentemente, senza esito positivo - si era fatta strada in lui l’idea dell’omicidio. Una sorta di damnatio memoriae nei confronti di quell’uomo con cui aveva avuto rapporti e della storia che ne era seguita, azione con la quale riteneva di poter cancellare tutto, di rinascere, di tornare “quello di prima”.
L’omicidio come palingenesi. In primo grado, la corte d’assise - la sentenza venne pronunciata il 21 gennaio 1986 - condannò il reo confesso, a 18 anni di reclusione. Lo stesso anno - il 5 novembre - i giudici di secondo grado limarono ancora la pena verso il basso, portandola a 15 anni e 6 mesi di reclusione, poi fissata e confermata dalla suprema corte di Cassazione.

A cura di Elio Clero Bertoldi

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