La mia paziente costruzione del Corriere

La mia paziente costruzione del Corriere

Giulio Mastroianni è stato il secondo direttore del quotidiano. Voleva scrivere un libro per raccogliere le sue memorie La famiglia ha rinvenuto questo scritto in cui racconta come è entrato in contatto con Leonello Mosca e dove confessa le tante perplessità e incognite che aveva prima di accettare l’incarico e le poche richieste fatte, tutte mirate, per far crescere il giornale e imporlo al mercato editoriale umbro

23.05.2013 - 15:19

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“Assumo l’incarico di dirigere il Corriere dell'Umbria con lo stato d’animo di chi accetta una sfida”. Iniziava così l’editoriale di Giulio Mastroianni pubblicato nel numero 115 del giornale il 10 settembre 1983, a poco meno di quattro mesi dalla sua nascita. Mastroianni proveniva da una precedente esperienza legata all’Umbria. Il Gruppo Espresso-La Repubblica (era stato uno dei fondatori del giornale di Scalfari) lo aveva inviato nell’ ’80-’81 nella nostra regione a studiare la possibilità di realizzare il secondo giornale locale della catena editoriale. In pratica con due anni di anticipo aveva progettato il Corriere dell’Umbria.Poi non se ne era fatto più niente e lui era rientrato a Roma. Quando Leonello Mosca ha deciso di partire per la sua ‘avventura editoriale’ si è messo in contatto con lui che però ha rifiutato a lungo l’incarico. Fino a quando... Giulio Mastroianni ha lottato contro il cancro per cinque anni. Nell’ultimo anno di vita aveva iniziato a buttare giù degli appunti per realizzare un libro sulla sua vita. Tra i tanti fogli lasciati nel cassetto della sua scrivania la famiglia ha trovato anche quelli che riguardavano la sua storia professionale con il nostro giornale. Eccone un estratto.  

Appena nato il Corriere dell’Umbria vendeva qualche centinaio di copie soprattutto a Foligno per l’idea dell’editore di dedicare poco spazio alla cronaca ma tanto ai comprensori. L’Umbria è una città regione dove un abitante di Gualdo credo che mai nella vita sia andato a Spoleto. Il “corrierino”, come era affettuosamente chiamato, mi faceva tenerezza e anche rabbia perché era un giornale che avevo progettato e non era mai uscito. E’ iniziato un lungo corteggiamento dell’editore Leonello Mosca per offrirmi la direzione. Sapeva dei miei propositi di rivincita e dell’aiuto che avrei potuto chiedere a Caracciolo. Era tenerissimo nelle nostre cene ma io con due figli non potevo accettare quella avventura. Mi ha convinto con un ultimo invito a cena sulla E45, a metà strada tra Roma e Perugia, dove ho fatto l’ennesimo “gran rifiuto”, chiedendomi però poi all’uscita di bere l’ultima coppa di champagne in un night dei dintorni di cui penso fosse proprietario come di altri... Sono uscito dal locale con un contratto, economicamente buono, e qualche clausola di garanzia. Prima fra tutti la possibilità di assumere un grafico e un vice direttore. Aveva fatto i soldi con una delle prime emittenti televisive locali Rte che innovativamente per l’epoca trasmetteva film osé e la pubblicità per vendite televisive all’asta. Il più assiduo cliente era un pellicciaio, Barbini. C’erano anche i primi giochini a premio e la tv dei ragazzi. A casa hocomunicato questa ennesima follia che stavo per fare a mia moglie e ai miei figli. Pur di scappare dalla capitale l’hanno presa di buon grado. Ad agosto sono tornato a Perugia in una villa arredata in affitto, che pagava l’editore, in cima a Monte Malbe. In attesa che si liberasse la casa abitavo all’Hit Hotel con il mio amico Paolo Farneti che era ancora uno scontento giornalista dell’Avvenire e che rinunciava alle vacanze per aiutarmi in questa grande avventura(...). Dopo poco è arrivato il grafico Moretto, bravo e con un’esperienza di tabloid tedeschi. E’ iniziata così la mia grande esperienza al Corriere dell’Umbria che non ho firmato subito come direttore. Ho prima cambiato la grafica anche della testata. Ho cercato di far capire ai cinque giovani che già vi lavoravano che cosa fosse un vero quotidiano. Mi ricordo ancora quando ho spiegato a uno di loro che un bambino caduto da un balcone per colpa della disattenzione della nonna meritava un’intera pagina e il richiamo in prima. Dopo un mese, alla fine del giro di nera (le telefonate alla questura, ai carabinieri e agli ospedali) lui mi diceva deluso che “non c’era nessun morto”. A un altro ho fatto capire che le pagine dei comprensori andavano riscritte e rilette con attenzione. Allo sport c’erano due ragazzi che erano già bravi ma non conoscevano l’antica regola dei giornali che perdevano i treni. Ho convinto l’editore ad abbonarsi all’Ansa per poter fare un notiziario nazionale e internazionale completo e ho affidato il settore a Federico Fioravanti. A quel punto ho “firmato” il giornale.(...). Ci siamo inventati una serie di iniziative. Come il primo concorso a premi, il Bingo, anticipando anche i giornali nazionali; un supplemento domenicale; uno sport capillare, grazie anche all’installazione dei dimafoni (gli antichi registratori) per ricevere da tutta la regione le notizie sportive e farsi invitare alla televisione per la lettura dei giornali. Poi è arrivato il terremoto del 1984 e abbiamo dovuto fotografare il titolo della prima pagina perché i caratteri tipografici che avevamo non erano adeguati all’evento (“Ore 8 e 25 terremoto”). Questa è stata anche una circostanza che ci ha favorito rispetto alle edizioni umbre dei grandi giornali nazionali (Messaggero e Nazione). Per settimane abbiamo relazionato nelle pagine dei comprensori sui danni e sulla ricostruzione. Il corrierino decollava verso le cinquemila copie. Nel frattempo ho cercato anche nuovi corrispondenti per sostituire quelli vecchi, professori in pensione, con dei giovani aspiranti a fare il mestiere di giornalisti... Poi mi sono occupato della tipografia, della distribuzione e dei rapporti con le edicole. Mestieri che in realtà non conoscevo. Un’esperienza fortemente interessante. Mi aiutavano moltissimo Farneti, il vicedirettore, e Moretto, il grafico. Uscivamo dal garage del corrierino all’una di notte per andare a cenare all’allora ristorante Dino, l’unico aperto a quell’ora a Perugia, per continuare a parlare del giornale (...). Da Carlo Caracciolo, che seguiva con affetto il Corriere dell’Umbria come un’occasione persa, abbiamo avuto una rotativa usata e l’appoggio per l’utilizzo della sua concessionaria pubblicitaria, la Manzoni (...). Memorabili le trattative di Mosca con il sindacato nazionale dei giornalisti, quando ci voleva imporre di fare capiservizio solamente quelli che avevano titolo professionale. Da lui ho imparato anche che le società devono essere composte da un numero di soci dispari e che tre soci erano troppi e che un buon capo non è quello che lavora molto ma quello che fa lavorare i suoi dipendenti. Anche se lui, come me, non si risparmiava sul lavoro. Il giorno del“mio” primo numero del Corriere dell’Umbria ho sbagliato la foliazione e quando è uscito dalle rotative mi è venuto da piangere. Sono stato confortato dallo stesso editore che mi ha detto che così era più bello. Sfogliava il giornale a mala pena ma leggeva con attenzione la pagina di Gubbio in cui, dannatamente, usciva sempre la temperatura visibilmente sbagliata e gli amici lo prendevano in giro al bar. E lui tornava minacciando me di cacciare il colpevole. Ho imparato anche che non si potevano mettere sulla stessa pagina le cronache di Gubbio e di Gualdo. La pubblicità decollava e i soldi cominciavano a non mancare, tanto che stavamo mettendo in regola tutti i primi giornalisti che avevano lavorato con noi. Ma ricordavo sempre i giorni di magra quando alla fine del mese Mosca mi confidava che doveva ricorrere agli strozzini per pagare quel poco che percepivano i “ragazzi del garage”. Compresa la tredicesima a Natale, un biglietto della lotteria di capodanno e il panettone che lui si vantava di aver vinto a carte con gli amici di Gubbio. Mosca cominciava a essere corteggiato e si è fatto sedurre dalla politica candidandosi nel partito socialista, abilmente fatto fuori da Manca, nonostante le assicurazioni. Non era più lo stesso editore che avevo conosciuto, che in passato oltre alla pagina di Gubbio aveva il pallino di contare le notizie del giornale affermando che ognuna di esse si tramutava in copie vendute. Fu l’unica nostra lite, lo minacciai dicendogli che avrei pubblicato tutti i nomi dell’elenco del telefono. Nel marzo del 1986 ho gettato la spugna, sedotto da un’offerta principesca di consulenza al Messaggero. Ho lasciato il giornale con una cena a base di pesce al ristorante Rossano ad Agello, offerta ai miei ragazzi, ed eravamo tutti visibilmente commossi.

Giulio Mastroianni

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