Ecco come nacque il Corriere

Ecco come nacque il Corriere

“Marzio Modena mi invitò a casa sua. Fu lì che incontrai Leonello Mosca che voleva fare un giornale con un gesto d’impeto tipico di quella generazione ‘matta’ di eugubini che, se si mettono un’idea in testa, partono in quarta, a ‘prescindere’. Così andai dal mio amico Antonio Carlo Ponti e gli dissi: “Farai il direttore”

19.05.2013 - 16:29

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La nascita di un giornale è sempre un momento epico ed esaltante, soprattutto per la carica di audacia (d’incoscienza?) che chi gli dà vita mette nell’impresa, con la speranza che il suo più vicino socio d’avventura sia un po’ più razionale e accorto di lui. Per lo meno, questo accadeva molto tempo prima che la rivoluzione del web facesse saltare ogni visione preinternettiana del modo di fare informazione, quello che oggi si chiama “comunicazione” essendo stato assorbito dal feticcio onnipresente della comunicazione on line.
E pensare - tanto per tornare quei trent’anni addietro che mi riportano alla fondazione del “Corriere” - che la nascita del nostro virgulto gazzettiere avveniva in un momento in cui la rivoluzione tecnologica applicata all’editoria conosceva una svolta radicale: il passaggio dal “caldo” al “freddo”, dal piombo colante al codice meccanografico, dal bozzone profumato di cui era proprietario e rispondeva il proto al foglio lindo e inodore partorito dalla comunità, allora ancora discente, dei giornalisti. La rivoluzione ci appariva talmente vasta che pensavamo di godercela e padroneggiarcela per tanto tempo. E invece no, siamo stati tutti spiazzati: la comunicazione ha ucciso l’informazione usando come arma il nostro stesso desiderio di futuro e di innovazione. Ma questo è un altro discorso. Il vero cuore delle mie riflessioni, come mi ero riproposto di fare, è l’entusiasmo, la voglia di portare la tradizione nel futuro che ci ha spinto nell’avventura del “Corriere dell’Umbria”. Quell’inizio degli anni Ottanta, che ce lo siamo dimenticati o no, ci aveva fatto trasecolare. Ciò sia detto in senso proprio, perché era dal secolo prima che la comunità locale perugina e umbra non metteva mano a un prodotto editoriale giornaliero che non scendesse su di noi dal livello nazionale (le testate storiche di “Nazione” e “Messaggero”), ma che fosse l’opera di quattro audaci (incoscienti?) passionali amanti del piacere di raccontare al lettore di domani la storia già un po’ ammuffita (ma per questo profumata e calda) del giorno prima, purché fosse storia anche del più piccolo caso, poche righe tratte da un diario collettivo che le comunità locali scrivevano comunque, raccontandosi oralmente un pettegolezzo, un fatto strano, un normalissimo scazzo tra vicini per il gatto piscione, la politica discussa al bar o nei crocchi all’uscita dei palazzi del potere, gli scampoli di massimalismo e la deriva degli ultimi miti degli anni Settanta. Il “Corriere” è nato in questa atmosfera: paludato come un giornale di fine Ottocento, istrionico come il racconto di una provincia italiana che rinasce nel secondo dopoguerra, tecnologicamente innovativo come il superamento epocale dell’età del piombo che gli anni Ottanta, illudendoci, ci promettevano.
Chi lo ha voluto, l’editore, riuniva in sé la gran parte delle caratteristiche d’un uomo umbro d’avventura che non avresti saputo in quale secolo collocare. Quando Mosca decise di entrare nel mercato dei quotidiani, lo fece con un gesto di impeto tipico di quella generazione“ matta” di eugubini che, se si mettono un’idea in testa, partono in quarta, “a prescindere” da un’indagine di mercato e da una serie di previsioni commerciali che, quantomeno, ti forniscono anticipazioni utili a capire con quale tipo di natante stai per cominciare la navigazione.
La mia complicità in quella avventura fu stimolata da un carissimo amico, l’avvocato Marzio Modena, che di Mosca era il legale. Marzio, dal quale mi divideva solo la politica, mi invitò nella sua casa di San Sisto per - disse lui - fare “quattro chiacchiere” con l’editore. Di quel pomeriggio ricordo con quanta fatica cercai di imporre una gerarchia di “operazioni” utili a confezionare un giornale, a partire, naturalmente, dalla materia prima, i giornalisti. Per Mosca il problema si doveva risolvere con una forma di volontariato che si sarebbe gradatamente professionalizzata fino a giungere a una possibile assunzione. A parte questo, non c’era praticamente sfumatura dell’idea del direttore che non confliggesse con le regole - professionali, sindacali e compagnia cantante - che consentono ad un “foglio” di chiamarsi “giornale”. E venne anche la richiesta più diretta, quella che mi riguardava in prima persona. Fui molto chiaro e diretto anch’io: all’offerta di “firmare” il giornale come direttore - che Mosca cercò di pormi con grande ufficialità e molta deferenza - pur suggestionato dalla prospettiva di un repentino cambio di vita, replicai che la mia condizione di giornalista contrattualizzato con un altro editore pubblico non mi consentiva un doppio incarico. Ma alla richiesta di fornire in ogni caso una consulenza per far partire il giornale non potei dire di no. Il rapporto che si era creato con quell’uomo così sanamente folle, la figura di Marzio che chiedeva indulgenza e comprensione come solo lui sapeva fare, mi spinsero a schierarmi in prima fila, come primo volontario di una schiera tutta da costruire e da inventare. Le sole certezze che - oltre l’emanazione del carisma tipico di quelli che se la cavano di fronte a ogni difficoltà - l’editore mi dava erano, a suo dire, una sede e alcune apparecchiature. Per il resto, su “cosucce” quali ad esempio il direttore responsabile, la redazione, gli accordi per la distribuzione, un fotografo per coprire gli eventi locali e un’agenzia per il nazionale, la mia consulenza avrebbe avuto modo di sbizzarrirsi come e meglio voleva. C’è da dire - senza piaggeria - che ho fatto le cose come Mosca voleva. Per primacosa, sonoandato a trovare Antonio Carlo Ponti - intellettuale, scrittore, poeta e mio caro amico - nel suo ufficio. È stata una specie di irruzione, un blitz che, con l’effetto stupore, ha creato un così grande choc in Carlo (“farai il direttore di un giornale!”) da non permettergli repliche, quelle, per lo meno, che Mosca aveva concesso a me. Così Ponti divenne il primo direttore del “Corriere”. Poi, ho pensato alla redazione. Qui ho navigato letteralmente nel multimediale, come si direbbe oggi. C’erano alcuni bravi ragazzi, ma bravi fino all’ingenuità, che a Radio Aut ottenevano la simpatia e l’ascolto degli ascoltatori di mezza Umbria condividendo con me, un po’ più grande di loro, il lavoro nella libertà d’informazione che si stava consolidando in quegli anni.
Il multimediale fu che tornarono, dietro una scrivania, al più tradizionale medium di contatto col pubblico: la carta stampata, in questo caso quella del “Corriere”. Sì, perché se quella che ho ripercorso non è esattamente una leggenda, nel frattempo il giornale era nato e uscito per strada, fermandosi nelle edicole che piano piano cominciavano a digerirlo e facendo parlare di sé. Leggendari sono, invece, alcuni episodi, al centro dei quali domina la figura dell’editore, come quando, in occasione del numero zero, fu lui e non i tecnici a far ripartire per pura fortuna la titolatrice che s’era bloccata, oppure quando, con il cavo telefonico tranciato per via di certi lavori, allestì davanti alla sede del giornale la redazione che, a turno, ordinatamente, si collegava con i corrispondenti locali attraverso il radiotelefono che egli aveva in automobile.
Ero presente e non riesco a descrivere la perplessità sconsolata con cui la pattuglia della polizia si allontanò dopo avere chiesto a Mosca il perché di quell’“assembramento” e averne ricevuto la candida risposta: “Stiamo facendo un giornale in emergenza”.
Caro direttore di oggi, carissima Anna, a essere scettici, trent’anni fa, non erano solo dei poliziotti, ma anche una buona parte della classe politica locale,compresa quella del partito al quale appartenevo, che mi esortava a “non perdere tempo in un’impresa priva di futuro”.
Eppure il giornale partì, un po’ rabberciato ma partì e l’immagine che più ne simboleggia l’avvio è quella di un’improvvisata scuderia di distributori che Mosca, dopo il rifiuto del distributore ufficiale e ignorando cosa fosse la distribuzione, aveva allestito per i primi numeri reclutando temerari nottambuli perugini di non sempre chiara provenienza alla guida di un eterogeneo parco-macchine. In poco tempo, poi, era entrato nelle attese dell’opinione pubblica, se devo stare al ricordo di quel signore che, dalla Maggiore, per paura che non gli arrivasse sull’Isola, prendeva il traghetto e andava ad acquistarlo, di prima mattina, sulla terraferma, a Tuoro.
Il “Corriere” di oggi, così diverso da quello di trent’anni fa, ha ricevuto dalla tua direzione un’impronta forte, decisa, dimostra un carattere di ferro che ricopre un tenero animo di provincia, quello, guarda caso, sotto i cui auspici era nato. Di questo ti siamo tutti molto grati. Oggi che il cartaceo sta per andare in soffitta grazie (sic!) alle nuove tecnologie che ti fanno apparire il giornale sul pc, sul telefonino o su quelle rigide, ingombranti tavolette, per quelli, e siamo tanti, che preferiscono “sfogliare” le notizie sul giornale tradizionale, la sfida per i prossimi trent’anni è quella di “resistere, resistere, resistere!”. Capisco che è pura utopia, ma difendo la mia generazione, poco incline all’uso della “rete”, difendo centinaia di edicole (parte destinate a chiudere o a riciclarsi per vendere occhiali, souvenir o, chissà mai, kebab) e difendo, infine, quel primo approccio di socialità del mattino quando, cornetto e cappuccino, seduto al bar commenti con gli avventori i titoli del tuo giornale.

Luciano Moretti

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