L'anno dei grandi terremoti e della basilica ferita

La terra trema in mezza Umbria: a maggio gravi danni a Massa Martana. E a settembre l'inizio dello sciame sismico che da Colfiorito si spostò a Gualdo Tadino, Nocera e Sellano

03.09.2013 - 17:58

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Il 1997 è un anno che ha lasciato segni indelebili in mezza Umbria. E’ l’anno del terremoto. O meglio, dei terremoti, perché furono più di uno e alcuni addirittura devastanti come mai, negli ultimi due secoli, era accaduto prima. Le prime avvisaglie, una sorta di preambolo di quello che lì a poco sarebbe accaduto lungo l’Appennino, s’erano già avute il 12 maggio: a Massa Martana una scossa del VII grado Mercalli (4.2 Richter, alle 15.50), aveva provocato seri danni in 8 Comuni, centinaia di sfollati e lesioni a 200 edifici.
Ma il terremoto vero e proprio, quello forte, che è entrato profondamente nell’anima degli umbri e nella storia, cominciò a farsi sentire con una prima forte scossa il 4 settembre. Il vero inizio della crisi sismica tra Umbria e Marche non risale infatti, come molti erroneamente ritengono, al 26 settembre 1997, giorno in cui ci furono le vittime e il crollo della volta della basilica di San Francesco, ma almeno al 4 settembre, quando ci fu un sisma con epicentro a Colfiorito. Quel giorno, infatti, ebbe inizio uno sciame di scosse durato fino al 1998. Un fenomeno che fece tremare la terra dell’Umbria, tra Gualdo Tadino, Nocera, Colfiorito e Sellano per più di 11.000 volte.
Tra le 3 e le 4mila le scosse che furono avvertite chiaramente dalla popolazione: uno stillicidio che causò danni notevoli alle case e alle aziende, oltre che al patrimonio artistico. I terremotati furono migliaia, sia in Umbria che nelle Marche: 22.000 solo gli umbri - 9.300 le famiglie - che tra il 1997 e il 1998 dovettero abbandonare le loro abitazioni squassate dal sisma infinito. E ai danni materiali si aggiunsero quelli immateriali, in alcuni casi anche ben più gravi dei primi: colpa della paura e dello stress che finirono per segnare, anche in maniera indelebile, tantissime persone. Il terremoto si mosse con un mostro sotterraneo, senza dare tregua, per tanti, troppi mesi. Anche quando in certi paesini non c’era ormai più niente da distruggere e i container avevano preso il posto delle tende in attesa di lasciarlo a loro volta alle casette di legno.
Il Corriere dell’Umbria fu il primo, tra i media, a seguire direttamente il dramma dei terremotati. E lo fece quando ancora l’abbazia di Assisi non era stata sfregiata e i riflettori del grande circo mondiale dell’informazione non erano stati puntati sulla nostra regione. Il 4 settembre il nostro giornale fu, infatti, l’unico a compiere un ampio reportage a Colfiorito e a dar voce alla popolazione che, già terrorizzata dalle scosse e dai boati dei giorni precedenti, era fuggita dalle case e chiedeva alle autorità di allestire campi di accoglienza.
A quegli umbri non fu dato subito ascolto, ma nei giorni seguenti - per merito, soprattutto, dell’insistenza di padre Martino Siciliani, direttore dell’Osservatorio sismico “Andrea Bina” di Perugia - la Prefettura di Perugia decise di inviare tende e viveri. Fu un bene, perché così furono sicuramente evitate ben più gravi conseguenze di quelle comunque registrate alle 2.33 del 26 settembre (2 morti a Collecurti, nelle Marche) e alle 11.41 dello stesso giorno (8 morti e centinaia di feriti con il crollo, a causa di una replica pochi istanti dopo, della volta della basilica superiore di San Francesco ad Assisi).
La tragedia di Assisi, poi, con la morte sotto le macerie di due tecnici della Soprintendenza e le immagini girate dal cameraman Paolo Antolini fece finire l’Umbria al centro dell’attenzione del mondo intero e fu il primo di una serie di eventi eclatanti quanto spaventosi come il crollo in diretta televisiva del Torrino di Foligno (14 ottobre 1997). Il Corriere, in quel periodo, cominciò a pubblicare un inserto settimanale (“Il Punto sulla ricostruzione”) che fu anche distribuito gratuitamente nei campi container e che divenne subito il punto di riferimento dei terremotati in cerca di notizie sulle procedure da seguire per la ricostruzione e per ottenere i contributi erogati da Stato e Regione.
Oggi di quei terremoti, conclusa la stragrande maggioranza della ricostruzione, restano comunque tante ferite non ancora rimarginate. Ma resta soprattutto la memoria di un evento che ci ricorda la fragilità della nostra terra. Che l’Umbria fosse a rischio sismico, lo si sapeva già molto prima del 1997. Ma che la vera natura dei “nostri” terremoti fosse quella che si è manifestata nel 1997 e nel 1998 nessuno lo ricordava. Era infatti dal 26 luglio del 1751 che non si registrava un periodo sismico con quelle caratteristiche (scosse violente che si ripetono per mesi accompagnate da boati e “colpi di maglio” sul terreno; epicentri che migrano lungo le faglie; ipocentri con profondità variabili).
Parafrasando il senso di un articolo del Corriere che fu pubblicato con il titolo “E’ così da secoli, la gente lo aveva dimentica”, dopo tanti danni e dopo tante difficoltà, oggi può comunque consolarci il fatto di aver imparato qualcosa dai terribili eventi di quei giorni: che con i terremoti si può convivere. Basta prevenirne adeguatamente le conseguenze.

Sergio Casagrande

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