La follia omicida del "mostro" di Foligno

E' Luigi Chiatti ad autodefinirsi così firmando il biglietto con cui annuncia il primo omicidio

23.07.2013 - 16:31

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I bambini si tenevano sempre per mano, senza perderli mai d’occhio. Neppure per un secondo. Cortili e giardini erano costantemente presidiati da genitori e nonni che avevano un unico obiettivo: proteggere figli e nipoti. E se al primo richiamo il bambino andato a raccogliere la palla dietro a un cespuglio non rispondeva, il sangue diventava gelido. La consegna era chiara per tutti: mai lasciare da soli i piccoli, nemmeno sul pianerottolo di casa. Si viveva così a Foligno dopo il 4 ottobre 1992. Una data che ha tragicamente segnato la storia recente della città. Era una bellissima domenica di sole, ideale per giocare all’aria aperta. Proprio come stava facendo Simone Allegretti, 4 anni, che raccoglieva noci sotto un grande albero nella campagna di Maceratola.
La casa in cui abitava con la sua famiglia era a poche decine di metri, sufficienti per buttargli uno sguardo ogni tanto. “Simone mi raccomando non ti allontanare”, gli ripetevano, e lui, bravo angioletto, ubbidiva. Non si spostava mai da lì, dal suo noce. Per questo quando il pomeriggio del 4 ottobre la nonna si affaccia e non lo vede più, va di corsa verso l’albero e si arrampica sulla riva del fiume che scorre dall’altra parte. L’ansia dei primi istanti è niente rispetto al panico che improvvisamente chiude la gola della donna. In pochi minuti l’intera famiglia Allegretti si mette alla ricerca di Simone, ma di lui restano solo le ciabattine messe precise una accanto all’altra sotto il grande noce. E con il sole che si avvia verso il tramonto, la disperazione prende il sopravvento. Carabinieri, polizia, vigili urbani, forestale, tutti partecipano alla colossale battuta che ha un solo obiettivo: trovare il bimbo.
Arrivano pure i vigili del fuoco con il gommone. Viene setacciato il fiume Topino, ma Simone non c’è. Il giorno successivo lo scenario non cambia e la mobilitazione è ancora più massiccia: ormai la notizia del bambino scomparso è sulla bocca di tutti. Si fanno diverse ipotesi e gli investigatori lavorano su vari fronti, ma nessuno avrebbe mai immaginato quale verità si nascondesse dietro la sparizione del bimbo. Intorno alle 11 del 6 ottobre il suono sinistro di una sirena squarcia il silenzio di viale Mezzetti e l’auto civetta della polizia si ferma davanti alla cabina telefonica che si trova di fronte alla stazione ferroviaria.
Accanto alla cornetta c’è un foglio a quadretti, il testo è agghiacciante: “Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora anche se non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. E’ nudo e non ha l'orologio con cinturino nero e quadrante bianco. PS.: non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio”.
Il dettaglio dell’orologino, sconosciuto a tutti tranne che ai genitori e agli investigatori, rende purtroppo credibile il messaggio. E infatti, poco dopo, una guardia forestale fa la macabra scoperta: il cadavere di Simone viene trovato in un fosso nei boschi vicino Casale. Da quel momento in poi il tempo a Foligno si ferma. Si azzera. Inizia una caccia all’uomo senza precedenti, arrivano squadre speciali da mezza Italia. La notizia occupa le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali e le tivù accendono i riflettori su questa piccola città di provincia.
A Foligno le famiglie convivono col panico, perché dai profili che vengono tracciati dai vari criminologhi, il “mostro” potrebbe anche essere l’insospettabile vicino di casa. Posti di blocco ad ogni angolo, migliaia di perquisizioni, intercettazioni telefoniche: niente, l’assassino non si trova. Eppure qualcuno nel dipingere suo identikit ci aveva azzeccato: “è un geometra, perché per scrivere il biglietto ha usato il normografo”. (In realtà, si scoprirà dopo, aveva utilizzato un comunissimo righello). Non solo, pure l’auto che si cercava, piccola e di colore scuro, era compatibile con la Y10 che apparteneva all’assassino. Eppure niente, mesi e mesi di indagini da una parte e di pura isteria collettiva dall’altra, non portarono alcun risultato.
Il “mostro” era libero. E come aveva promesso, colpisce di nuovo. Sabato 7 agosto 1993, fa un caldo micidiale. Intorno alle 16 un elicottero volteggia insistentemente sulla montagna sopra Sassovivo. E’ tempo di incendi, ma il fumo non si vede. Sangue sì, invece, tanto. Una striscia che dal piccolo prato dove viene trovato il cadavere di Lorenzo Paolucci,13 anni, porta dritti alla villetta della famiglia Chiatti. Qui, a Casale, vengono infatti in vacanza il dottor Ermanno, la moglie Giacoma e il loro figlio adottivo Luigi. Le tracce sono evidenti e ci vogliono pochi minuti per capire che ad uccidere Lorenzo è stato lui, il geometra 24enne “dai modi un po’ strani”, racconteranno poi in tribunale alcuni testimoni.
La polizia lo arresta, lui confessa subito di essere l’autore di entrambi i delitti. L’incubo finisce, ma nel peggiore dei modi. Con uno storico fallimento investigativo: per lunghi mesi gli “agenti speciali” hanno cercato il killer ovunque tranne lì, in quella casetta a pochi metri dal punto in cui fu trovato Simone. Pensavano a un geometra, pur partendo da un presupposto sbagliato, e Luigi Chiatti lo è. Cercavano un’auto scura e lui ne possedeva una. Ritenevano che l’assassino conoscesse bene la zona e lui aveva casa proprio lì. E per di più erano noti a tutti, in paese, i “suoi atteggiamenti un po’ strani nei confronti dei ragazzini piccoli”. Chiatti, nell’aula del tribunale di Perugia, racconterà del suo piano farneticante di voler mettere su una specie di “comune” con bambini piccoli che lui stesso avrebbe accudito. Pensava di cominciare con il rapimento di Simone, ma quando lo aveva portato a casa sua e il piccolino si era messo a piangere perché voleva tornare dalla mamma, lo aveva soffocato con un cuscino e poi gettato via nel bosco. Con Lorenzo, invece, era andata diversamente: stavano giocando a carte a casa di Luigi, a Casale, erano soli. Improvvisamente il geometra killer viene preso da un raptus, afferra un forchettone da cucina e prendendolo alle spalle trafigge il collo dell’amichetto. “L’ho guardato morire - riferirà il mostro di Foligno al giudice - e lui mi chiedeva perché”.
Il processo a carico di Luigi Chiatti inizia il 1 dicembre 1994. La freddezza con cui descrive ogni particolare dei due omicidi, fa venire la pelle d’oca a chi è presente in aula. Il 28 dicembre viene condannato a due ergastoli. L'11 aprile 1996 la corte d'Assise d'Appello di Perugia riforma la sentenza di primo grado, dichiarando Luigi Chiatti semi-infermo di mente e lo condanna a 30 anni di reclusione. Il 4 marzo 1997, infine, la Corte suprema di cassazione conferma la sentenza d'appello, rendendo quindi definitiva la condanna inflitta in quella sede. Chiatti oggi si trova rinchiuso nel carcere di Prato.

Alfredo Doni

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