Addio all'era Buitoni. La IBP passa nelle mani di Carlo De Benedetti

Quel mese di febbraio è rimasto nella storia della fabbrica di San Sisto. Nel 1988 arriva Nestlé che poi cederà il torrefattore a Barry Callebaut

04.06.2013 - 13:09

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Quando quasi trent’anni fa la famiglia Buitoni vendette la storica azienda IBP (Industrie Buitoni Perugina) per la città e per l’intera regione fu un terremoto anche se le scosse della crisi finanziaria che stavano attraversando l’azienda, si erano già avvertite. Ma nessuno voleva credere che il gioiello di famiglia, il lustro della città potesse passare di mano e nelle mani della Cir di Carlo De Benedetti. Era l’inizio di febbraio del 1985 quando a Milano, nella sede della Spafid, venne siglato l’accordo. Un accordo che ha comunque racchiuso la filosofia “buitoniana” ovvero concepire “l’iniziativa imprenditoriale come mezzo per creare lavoro: per i propri figli, per i propri nipoti ma anche per la gente che veniva in fabbrica a produrre. Per mantenere i posti di lavoro, anche in numero maggiore allo stretto necessario, i Buitoni, storicamente, hanno rinunciato a inutili lussi personali. Un difetto che in qualche modo ha contribuito alla crisi finanziaria che ci ha obbligato a cedere il controllo del gruppo”.
Il passaggio di mano fu totale, completo e lo stesso Bruno Buitoni, anni più tardi, ricordava forse con un po’ di rammarico che una partecipazione minore si doveva mantenere. Invece De Benedetti acquistò il cento per cento della finanziaria Buitoni, che a sua volta possedeva il 53 per cento della IBP, nonché la partecipazione pari al 10 per cento della IBP detenuta da “Interdec” (società che faceva capo al finanziere Gaith Pharaon). Così un pezzo di imprenditoria locale legata al binomio vincente Buitoni- Spagnoli (era il 1907 quando Francesco Buitoni rilevò la Perugina creata da Annibale e Luisa Spagnoli che fu l’ideatrice e madrina del Bacio) non c’era più nei termini in cui l’avevamo conosciuta. Non esisteva più quella brillante genialità di una famiglia che aveva creato idee, lavoro, territorialità ed eccellente made in Italy. Dietro l’abile maestria di Enrico Cuccia l’ipotesi dei francesi della Danone che sembra certa scomparve facendo apparire con nitidezza l’abilità finanziaria dell’astro nascente De Benedetti.
Pur essendo il gruppo Buitoni-Perugina un colosso dell’alimentare che aveva portato il made in Italy di eccellenza nel mondo, la gestione ma soprattutto la prospettiva era cambiata. Questo concetto sarà ancor più devastato con il passaggio alla multinazionale Nestlé. De Benedetti infatti non ottenne gli utili sperati e nel 1988 la cede al gruppo svizzero che installa ovviamente un pannello grande e ben visibile all’ingresso con il nuovo marchio e fa sventolare subito la bandiera con la croce davanti allo stabilimento di San Sisto, provocando le reazioni della fabbrica. La storia della Perugina è poi legata al suo sviluppo commerciale, alla creazione dei nuovi prodotti, al marketing con tanto di cartigli d’autore (Moccia ha fatto scuola).
L’arrivo di Nestlé segna ovviamente la fine dell’accentramento del potere decisionale a Perugia, la globalizzazione delle politiche industriali e di marketing del gruppo con i suoi stabilimenti in Europa e nel mondo e con tutte le problematiche che da questo derivano. Una fra tutte la possibilità di non lavorare più la fava di cacao direttamente in fabbrica. Era la primavera del 2004 quando si incominciò a parlare di dismissione ed esternalizzazione del torrefattore. Siamo nel 2005 quando, dopo tanta mobilitazione da parte delle forze sociali e politiche, la multinazionale prende in considerazione l’ipotesi di non dismettere il torrefattore ma di ottimizzare i suoi costi facendolo lavorare anche per altre aziende che producono cioccolato. In poche parole cederlo a qualcuno che avesse come core business proprio la prima lavorazione del cacao. Ecco dunque che dopo voci insistenti sulla cessione del ramo d’azienda alla Gerkens, il partner privilegiato di Nestlé è stato un altro, ovvero Barry Callebaut.
L’accordo prevedeva la vendita dello stabilimento francese di Dijon e gli impianti di produzione di massa di cacao e di cioccolato liquido di Perugia. La stessa intesa prevedeva la fornitura a Nestlé da parte di Barry Callebaut di 43 tonnellate di prodotti di cioccolato all’anno in Francia, Italia e Russia. Per lo stabilimento di San Sisto, gli investimenti previsti per la messa a regime sono stati di circa 6,6 milioni di euro. Passeranno nell’organico di Barry Callebaut 87 dipendenti Perugina tra operai specializzati, addetti alla qualità, all’informatica e altre figure professionali.
Il resto è storia dei nostri giorni: l’uscita troppo estemporanea del gruppo di gestire il personale con un patto generazionale di padre in figlio che ha fatto infuriare tutti i sindacati. Il successivo passo indietro su questo fronte e l’attivazione degli ammortizzatori sociali per effetto della crisi generale e del settore alimentare ma la consapevolezza di tutti anche dei vertici Nestlé che il marchio Perugina è unico e più spendibile che mai.

Marina Rosati

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